SENTO UN DOLORE PROFONDO

La morte è parte integrante dell’esistenza, noi pensiamo che la morte sia l’opposto della vita, ma non è così! Quello che noi chiamiamo esistenza è continuamente la dinamica tra qualcosa che vuole disintegrarsi e qualcosa che vuole intrecciarsi e noi siamo l’espressione ogni momento di questa dinamica. La prima dinamica è tra qualcosa che vuole scomparire, vuole disintegrarsi, vuole annullarsi e qualcosa che vuole organizzarsi.

Che significa “sento un dolore profondo?”. Noi possiamo vedere il codice bio-organico (cioè delle emozioni)? No! Si può solo sentire! È un’esperienza, un vissuto. Uno per dire cosa sente in profondità con le parole lo sciupa, bisogna anche farlo ma mentre lo fai capisci che non è la stessa cosa, la profondità si sente! Perché la profondità spesso è dolorosa? Se è quella che combatte direttamente con la forza di disintegrazione, sta cercando un’ipotesi di far crescere la vita o perché deve crescere lui o perché perde delle cose, in ognuno dei casi o per crescere o perché perde, l’unico segnale globale che abbiamo noi, che è molto aspecifico, è il dolore.

Il dolore se andate dai chirurghi o in medicina è uno dei sintomi più inutili, addirittura ci possono essere i dolori psicogeni, i medici non riescono a collegare un dolore ad una malattia perché poi per la medicina il dolore deve essere per forza collegato a un organo malato. In realtà il dolore è un’espressione globale e aspecifico che significa che non ti riporta a niente di preciso. Però ti dice: guarda ti avviso grossolanamente che nel codice profondo qualcosa non va!

Quindi si può togliere il dolore dall’esistenza? No! Il dolore è un amico, un segnale, immaginate se non avessimo il dolore che cosa potrebbe capitarci. Sapete quali sono i peggiori tumori? Quelli che si espandono in una parte in cui prima di manifestare il dolore o un sintomo ce ne mette perché si possono espandere in una parte vuota, poco innervata. Quindi il dolore smettiamola di vederlo come una sofferenza.

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Immaginate quando sentiamo un dolore forte. Lo sentiamo in profondità, nel codice bio-organico, lo esprimiamo col corpo (ci agitiamo, gridiamo, parliamo, cerchiamo), e diventa nel codice simbolico “un’esperienza per stare attenti”, perché il dolore ti spinge a trovare soluzioni, quindi non ti fa stare tranquillo. Il sentire profondo normalmente in se ha tutto questo arco, ogni profondità bio-organica si esprime col corpo e si lascia una traccia dentro di noi, significa che, grazie al corpo, il nostro dolore profondo è visibile.

Io lo sento, io lo faccio vedere col corpo, ma per noi è un ausilio perché quando ci muoviamo col corpo riduciamo il dolore, perché siamo iperattivi quando c’è il dolore? Perché il movimento un po’ ci distrae. Io lo sento, lo faccio vedere, lo vedo perché l’ho registrato dentro di me, all’inizio il circuito è completo allora come mai ci riduciamo a sentirlo e non a vederlo? Sia ben chiaro che il dolore profondo quando è indice di qualcosa di profondo non lo si può mai cancellare, lo si può al massimo non vedere, non sentire ma non cancellare. Come le voci, le posso ridurre ma non le posso eliminare. È una teoria-prassi l’esperienza!

Purtroppo il passaggio avverrà attraverso la relazione. Relazione significa re-ferre, ovvero te lo porto di nuovo indietro. Che significa? Se io ho questo vissuto di sofferenza occorrerebbe qualcuno all’esterno che lo vede, mi dice l’ho visto, mi dice lo accetto, mi dice mi piace questo dolore, mi dice mi do da fare per vedere come ti posso aiutare, nessuno di noi è autarchico! Ho bisogno di una relazione devota, che questa che è stata una unità venga vista dall’esterno.

I primi a vedere dovrebbero essere i genitori e lì c’è tutto l’inghippo. Dovrebbe avvenire che il figlio te lo dà il suo dolore, te lo faccio vedere, tu l’hai visto e me lo rimandi indietro, allora io lo vedo.  All’inizio abbiamo una completezza di esperienza ma perché sia una cosa vista bisogna che passi attraverso l’essere visto, è lì tutto il problema, se io ho un vissuto, profondo che sia, ma nessuno lo vede, io dovrò non vederlo perché se no aggiungo un’altra sofferenza: non posso far niente perché non c’è nessuno fuori di me, tanto vale che non lo vedo più. Non riesco a vederlo è una soluzione perché piuttosto che disperarci.

Perché l’esterno non lo vede? Eppure sono genitori! In teoria la famiglia, dice il Papa, la chiesa, è la cellula…perché poi non veniamo visti che è il grosso problema di ognuno di noi? Perché chi sta fuori si mette a paura di vedere il dolore, perché vede il suo dolore, il medesimo dolore che nessuno ha visto a sua volta.  Non possiamo andare contro le mamme e i papà, dobbiamo stimolare ma a sua volta sono catene, sono debiti originari che si trasmettono. Se io non sono stato visto nel mio dolore profondo non so come fare a vedere i dolori profondi altrui e trasmetto il debito originario, perché i debiti si possono saldare se uno vuole.

L’altro fatto è che il dolore profondo, sia di crescita che di regressione della persona, mi mette in evidenza che io non ho competenza sufficiente per fronteggiarlo, ho paura di fare brutta figura, non so chiedere aiuto, preferisco dirgli: fammi vedere che non ce l’hai il dolore! L’educazione che ci abitua a non vedere il nostro dolore a non esprimerlo per cui: zitto! Non piangere! Quando si va a casa degli altri non devi fare così! Alla fine l’esterno decide che la nostra profondità sta bene, dice tu non hai dolore, anzi, non solo tu non hai dolore ma mi devi dimostrare che stai bene per cui devi chiudere a chiave il tuo dolore e mostrarti anche come dico io.

Fai i servizi, fai un sorriso, non ti lamenti, cioè l’esterno che dovrebbe essere un semplice intermediario tra quello che noi siamo e il ritornare, diventa una chiave di volta che ci scarica addosso il dolore e ci dice “tu non servi, tu non vali, tu non hai dignità, adesso adeguati a me”! Vuole che noi stiamo in silenzio e ci adeguiamo e l’inferno ce lo viviamo noi dentro.

Un po’ alla volta, goccia dopo goccia, per non avere la doppia sofferenza del dolore che abbiamo e che nessuno ci può aiutare, ma del dolore che ci viene dal fatto che siamo inadeguati all’esterno, nel senso che se io esprimo un dolore che è la mia verità faccio un altro danno perché gli altri mi cominciano a far star male perché io esprimo il mio dolore, sono due dolori allora. Per evitare due dolori noi arriviamo al punto di metterci le cataratte, non vediamo, le cataratte ce le formiamo noi.

Le cataratte all’inizio nessuno ce l’ha, ma sono un’ottima soluzione perché è un circuito infernale e si sta malissimo perché se io ho un dolore profondo e non vengo visto e in più ho il dolore da parte dell’esterno che mi dice che sono inadeguato come si fa a vivere? Si impazzisce! Perché il dolore richiederebbe compassione. Compassione significa “cum-patior”, soffro insieme a te.

Se l’ambiente familiare non è compassionevole, non soffre insieme a noi, anche se è un dolore nuovo che non conosce ma si mette nell’atteggiamento di “cum-patior”, di compassionarci insieme, allora la soluzione è io non sento, non vedo! Per non vedere cosa debbo fare? Debbo dire che una parte di me non mi interessa, una parte di profondità non esiste.

 

Rif. Sento un dolore profondo, ma non riesco a vederlo. TEORIA GLOBALE Foggia, giovedì pomeriggio 13-12-2007 Settimana intensiva. M. Loiacono.

 

Il dolore che frantuma, Firenze, marzo 2024

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