Il rito di iniziazione alla nascita Marzo 2000

Quarto pilastro: il rito di iniziazione alla nascita

Il rito, come interruttore che segna il passaggio, è sicuramente presente nella gravidanza.
La conclusione del concepimento rende necessaria e obbligatoria la nascita; ogni attesa o artificioso prolungamento potrebbe addirittura rivelarsi nocivo e trasformare un laboratorio di vita in camera da soffocamento e disfacimento. Infatti, passati i nove mesi, quel programma diventa inadeguato per la vita del feto; è come se avesse esaurito le proprie competenze e spinte al viaggio. Il feto, se vuole continuare a vivere e viaggiare, è obbligato a nascere di nuovo (neo-nato) tra gli umani sulla terra, deve nascere “a cielo aperto”; è obbligato a nascere come “in-dividuo” (parola che, nel suo arché, significa “non diviso” e, dunque, “intero”), come “intero autonomo” che è cosciente della propria interezza, la difende, la accresce, pur viaggiando tra tanti pezzi e variazioni.
Ma per una nascita a “individuo” o “intero autonomo” necessita un “rito di iniziazione” che preveda i seguenti ingredienti:
– rottura o crisi della situazione simbiotica “devota” con la conseguente “sofferenza da disagio crisi”, perché bisogna prima di tutto “separarsi” nettamente, tagliare e distanziarsi definitivamente dalle esperienze e dagli accompagnatori vissuti durante la gravidanza. Serve il sostegno e la “solidarietà” dell’accompagnatore “devoto” che “per primo” deve rompe il contratto simbiotico, “per primo” si separa dall’abbraccio fusionale ed entra in travaglio; 
– attraversamento del “canale da parto” con la conseguente “sofferenza da angustus” o “angoscia”: perdita di sicurezze-presenze pregresse, la presenza nell’esterno di fatti espulsivi-persecutori, il vissuto di lutto non elaborabile o modificabile, forti resistenze-impedimenti all’uso dei movimenti, senso del tunnel murato, scomparsa di segnali legati a presenze positive, scarsità di alimentazione della propria specificità, senso di mancanza di respiro di vita, presenza di movimenti neurovegetativi e variazioni profonde che ordinariamente sono silenti-assenti, vissuto di lacerazione-frammentazione-perdita, eternità di un cronos che scorre a piccole quantità in una voragine senza fondo, senso di morte o rischio di morte imminente. L’angoscia, però, crea anche le premesse per una modalità di vita inedita: la rottura di relazioni “simbiotiche” e di contratti relazionali “devoti”, il vissuto della nostra specificità come distinta e autoreferenziale, l’esperienza dei limiti del corpo e dello spazio, la consapevolezza di differenti situazioni contestuali (più o meno adatte o piacevoli), la nascita del “cronos”, la coscienza di sensazioni neurovegetative profonde, l’abbandono al viaggio senza un prevedibile capolinea, la sobrietà nel deserto, la fiducia, la speranza, la solidarietà per camminare con continuità e uscire fuori dall’ “angustus”, anche se lentamente, fidandosi del programma fino ad allora vissuto;
– immissione-introduzione in una situazione inedita, esterna ed estranea alla situazione “devota-simbiotica” con la conseguente “sofferenza da extra” con le sue due componenti. La prima componente è la “sofferenza da astinenza” per la separazione da quelle situazioni e vissuti dai quali in precedenza eravamo stati piacevolmente “dipendenti” e che avevamo considerato l’unico contesto naturalmente possibile, l’unico campanile all’ombra del quale vivere perennemente; questa sofferenza, che spesso arriva fino al midollo della nostra vita e del nostro intero, ci spinge a tornare indietro in quella ammaliante dipendenza, perfettamente conosciuta e facilmente navigabile. La seconda componente è la “sofferenza da nuovo-estraneo” per gli orizzonti e interazioni di vita mai prima percepiti, vissuti, sperimentati, senza riferimento alcuno alle precedenti radici. Si presentano nuove sensazioni, nuove forze che richiedono un adeguamento dei nostri movimenti-comportamenti, un nuovo “respiro” che possiamo accogliere dentro di noi per vivere e che possiamo espellere all’esterno come nostra produzione e segnale. Si attivano nuovi bisogni interni, nuove qualità esperienziali, nuovi orizzonti di vita globale. Infatti, pur scaturendo dal nostro interno, quei bisogni e sensazioni li sentiamo innaturali, non nostri, quasi ostili e invadenti. Sono sensazioni e bisogni che ci obbligano con sofferenza a risolverli partendo da noi, cercando nuovi accompagnatori e nuove modalità di comunicazione, di soddisfazione, di fusionalità.
Inoltre si evidenziano “conflitti” tra i propri bisogni e necessità relazionali e quelli degli umani che già stanno in quel contesto. Per superare simili conflitti servono rispettivi e reciproci aggiustamenti-adattamenti mediante crossingover.

       “Verso una Nuova Specie” Mariano Loiacono, Pubblicato nel Marzo 2000 pag 229

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