I limiti strutturali degli AUPP (Animali Umanoidi Pensanti Pianetino): MANCANZA DI UTERO E PARZIALITA’, quarto vizio capitale. 

Nel disagio giovanile, il quarto vizio capitale di questa testa umana è venuto fuori con la generazione dei giovani fratelli, quelli delle dismaturità e sindromi psicotiche. Personalmente identifico questo vizio nella mancanza di utero e nella parzialità che, a mio parere, spiegano abbastanza bene anche quello che si sta manifestando oggi col disagio diffuso.

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Ogni etnia da sempre conserva gelosamente il proprio scrigno d’oro di sistemi simbolici e di vita e cerca di trasmetterlo intatto ad ogni generazione. Infatti ogni etnia, per trasferire inalterato il proprio sistema simbolico e di vita prodotto dalla telecamera bidimensionale adottata, ha approntato uno stampino universale in grado di trasmettere una determinata impronta (imprinting) alle generazioni in età evolutiva. Un giovane per diventare adulto e appartenere o rientrare in quel contesto di vita, deve prima trasferire in sé e adottare quel sistema simbolico-operativo, obbligandosi a riferirsi solo ed esclusivamente all’imprinting ricevuto, ad alimentarsi attraverso quelle radici e a escludere tutto ciò che non le permea.

È ciò che capita ai paperi di fresca covata che, appena usciti dal guscio, identificano come madre naturale la prima entità che si presenta loro, fosse anche il loro peggior nemico o un essere inanimato. L’imprinting da paperi è ancora il piatto forte della specie uomo e ne decreta quali siano le radici da cui alimentarsi per tutta la vita, i paletti simbolici e normativi nei quali recintarsi a vita. Vi chiederete perché sto dicendo tutto questo e che c’entra col discorso che stiamo facendo. C’entra e come, se pensate che ogni telecamera bidimensionale e rispettivo sistema operativo è organizzato per trasmettere efficacemente questo imprinting attraverso le varie generazioni di individui che vi fanno parte e vi aderiscono.

Ogni imprinting, infatti, prepara l’individuo a vivere e adattarsi sufficientemente bene in “quel” contesto con “quelle” risorse e con “quei” problemi di vita, con “quella” storia etnico-culturale. È per questo che ogni etnia individua e mette a punto dei “mediatori” che vanno al di là della situazione storica in cui il pensiero ha concepito quel sistema simbolico-operativo; sono cioè dei mediatori “meta-storici”, parola che significa appunto “al di là” (meta) della storia. Indicherò questi “mediatori metastorici” con la sigla “me.me.” formata dalle prime due lettere della parola “me.diatori me.tastorici”. I me.me., in definitiva, sono i trasmettitori del processo che ha fatto quella comunità pensante nel passare dall’albero della vita all’albero della conoscenza (teoria) e dall’albero della conoscenza a quello della vita (prassi). I me.me. conservano anche la specificità e i contenuti storici del contesto etnico-culturale in cui sono nati e stati assemblati.

Ogni etnia, dunque, appronta-custodisce-accresce la mappa dei me.me adatti a trasmettere l’imprinting / imprinting adatto a vivere in quel contesto / contesto adatto a conservare quel particolare sistema di vita / sistema di vita adatto a quella particolare epistemologia che l’ha generato / epistemologia adatta alla particolare genericità che esprime / genericità adatta alle particolari esigenze del gran Burattinaio / gran Burattinaio adatto ad esprimere la peculiarità della specie uomo. I me.me. diventano così i custodi e difensori della genericità di vita che una etnia è stata capace di produrre e di trasmettere.

La mappa memica viene così a formare la “cataratta culturale” sotto cui ogni individuo che ne fa parte può respirare nel corso della sua esistenza la medesima aria, le medesime percezioni e interpretazioni, le medesime soluzioni, adatte alla difficile vita ingabbiata del contesto di appartenenza. Come abbiamo visto, la cataratta memica ha funzionato abbastanza bene nel villaggio-mondo, perché la parzialità di vita che esprimeva veniva supportata e ridimensionata-oppiata proprio dal tempo-spazio ingabbiato, dalla consistenza della comunità tribale, dalle sue logiche di opposti, dagli efficaci confronti-differenze, dalle appartenenze-esclusioni “tutto o nulla” abbastanza totali e definitive come la legge del taglione, da una varietà strutturata di dinamiche oppositivesimbiotiche-parassite abbastanza efficaci e stabili.

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La prima manifestazione davvero inquietante di questo vizio capitale è che nel mondo-villaggio non sono più possibili le “gravidanze a cielo aperto”, né vi sono adulti organizzati a svolgere sufficientemente funzioni uterine adeguate. Inoltre, oggi vi sono competenze complesse e in parte nuove da trasmettere, per le quali non c’è ancora un corredo memico adeguato né sono già strutturate agenzie a cielo aperto adatte alla gravidanza richiesta. Inoltre anche le agenzie uterine residue sono ambiti sgangherati e asfittici, che dispongono di me.me. ormai scaduti, se non addirittura ambivalenti-dannosi-confusi-controproducenti.

Gli stessi adulti infine, come documenta il disagio diffuso, sono anch’essi divenuti embrioni smemerati che desiderano e ricercano situazioni uterine e di ricomposizione: sono ciechi che dovrebbero condurre altri ciechi e che per non perdere i privilegi dell’età adulta fingono di camminare sicuri e spediti nel traffico infernale dell’arnia elettronica. Il dramma di oggi è anche o soprattutto questo. Stiamo su una barca che si sta riempiendo d’acqua e della quale nessuno conosce la struttura, le risorse di cui dispone, le coordinate di navigazione da valutare, gli strumenti di bordo con i quali lanciare almeno qualche S.O.S..

La seconda manifestazione di questo vizio capitale, conseguenza diretta della prima, è la “parzialità”: nel mondo-villaggio girano sempre più persone a metà, a un quarto, a tre quarti, come nel racconto “La mela Gimagiona”. Senza utero adatto, sia giovani che adulti si stanno rivelando sempre di più “parziali” e sempre più stanno manifestando esigenze fetali ed embrionali che non sono compatibili con le esigenze della vita a cielo aperto. Senza humus naturale per crescere, siamo diventati come quelle viole che sono costrette a radicarsi nella roccia ostile che fa seccare ogni germoglio.

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Proprio in Occidente dominano Universali e sistemi di vita (valore aggiunto di scambio, finanza globale, mercato della virtualità) che richiedono espressamente proprio la nostra parzialità e fanno di tutto per trasformarci in semplici bocche di consumo, in soggetti portatori di “domanda drogatizzata” tirati in una univoca direzione, in “navigator” della virtualità che hanno perso completamente le tracce dell’originario albero della vita. Né all’orizzonte si intravedono possibilità immediate di rinsavimento.

Infatti, nel mondovillaggio manca il tempo per fermarsi, separarsi dalla frantumazione in atto, prendere coscienza dello smemeramento incalzante, avvertire l’evanescenza e sfondamento definitivo delle vecchie cataratte memiche, sentire il bisogno di trascendere ogni imprinting radicale, pensare la possibilità che l’albero della conoscenza torni a stare insieme all’albero della vira e da lui proceda e a lui ritorni, avviare laboratori memici di nuova specie, mettere a punto gravidanze adatte a trasmettere le competenze oggi richieste dalle novità di vita. Il mondo-villaggio ci sta manifestando il triste spettacolo di una vita in decomposizione lenta ma progressiva.

Rif. Verso Una Nuova Specie, 2000 di M. Loiacono. Per leggere il pezzo completo è possibile scaricare gratuitamente la pubblicazione dal sito https://www.fondazionenuovaspecie.org/pubblicazioni

L’uomo frantumato, Mosaichaos, Villaggio Quadrimensionale di Troia.

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