I limiti strutturali degli AUPP (Animali Umanoidi Pensanti Pianetino): Le dipendenze oppositive, simbiotiche e parassite, secondo vizio capitale.  

La modalità inglobante-distruttiva e quella regolamentativa istituzionale, prima descritte, non riescono a gestire la dinamica tra gli opposti. Ciò genera un vero e proprio scollamento e una deriva degli opposti stessi. “Intero vivo” diventa stabilmente ognuno dei due opposti: ognuno ignaro delle caratteristiche e delle esigenze dell’altro; ognuno con un proprio mondo, una propria normatività e sanzioni, un proprio stile di vita, un proprio gergo, una propria economia, un proprio percorso.

Ogni parte viene così a rappresentare una monade: un mondo, chiuso e blindato in ogni direzione, che non presenta alcuna finestra dalla quale vedere l’opposto, accogliere le sue proposte e tentare una dinamica ricompositiva. Ne consegue che tra le diverse monadi difficilmente si potrà ristabilire un dialogo diretto e una ricerca consensuale verso una qualsiasi forma di convivenza. Anzi, nella situazione di monade viene persa completamente la memoria di essere appartenuti o appartenere a un medesimo intero vivo; così come capita a una madre addolorata che si rinchiude nella pazzia per perdere la memoria dell’evento luttuoso irrimediabile e per lei inaccettabile. Gli opposti diventano, così, principi primi e con un fondamento ontologico autonomo, immodificabile, “che è”; ognuno Bene-divinità che deve combattere fino all’alba dei tempi escatologici l’opposto Male-demonio. Proprio perché ci si sente impossibilitati a vivere una dinamica di convivenza tra monadi in un intero vivo, anzi non se ne ha nemmeno la consapevolezza, si struttura una dipendenza: vale a dire che si instaura una soluzione di vita privata a cui ogni monade si attacca stabilmente, ne dipende strettamente e della quale non riesce a farne a meno.

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La prima dipendenza è quella oppositiva. Tra le monadi si instaura una dinamica oppositiva, simile alla faida tra famiglie rivali che si contrappongono e lottano fino all’ultimo omicidio per mantenere il controllo del territorio. La “dipendenza oppositiva” è una manifestazione presente in tutte le dinamiche di terrore che la specie uomo continuamente esprime e vive. È presente nei litigi di condominio, nei borghi malavitosi, nel rapporto tra stato e minoranze etniche-linguistiche-politiche-religiose, nel rapporto tra stati di diversa ispirazione ideologica-economica e con diverse risorse.

La “dipendenza oppositiva”, a modo suo, esprime ancora una logica d’insieme: infatti, pur perennemente in conflitto e senza mai potersi incontrare come due rette parallele, le monadi hanno bisogno stretto l’una dell’altra; anzi, quando la monade oppositiva sta per tramontare si cerca in tutti i modi di riesumarla o di ripresentarla in versione aggiornata. Senza l’oppositore a un ordine-identità non può esistere nemmeno chi si oppone all’oppositore e difende quell’ordine-identità: se viene a mancare il destinatario viene a mancare pure il mittente. I giovani-nonni, però, hanno evidenziato una ulteriore versione di dipendenza che indicherò come simbiotica. Vediamo di descriverla riferendoci anche ai contenuti già riportati a proposito della tossicodipendenza storica. Spero che ne serbiate ancora memoria e che mi possiate agevolmente seguire in questa immersione in una dipendenza attualmente molto diffusa e, forse, presente anche in voi. Nel caso della “dipendenza sim-biotica” avviene che la singola monade si sente parziale e, per sopravvivere si obbliga a stare “insieme” (“sim”) con un’altra espressione di “vita” (“bios”) e tra i due nasce una fusione stretta come tra due amanti perduti. La monade si innamora perdutamente dell’amante e se lo porta con sé per chiudersi definitivamente nella propria alcova privata: uno spazio, di qualche metro voluminoso, in cui i due sono perennemente uniti dalla voglia bramosa di possedersi, di provare varie e inedite posizioni, di godere ripetuti orgasmi, di giacere inebriati con le membra assopite. Il ciclo di bramosia passionale si alterna a periodi di varie delusioni, di consapevolezza dei rischi e perdite correlate alla scelta fatta, di litigi e allontanamenti, di nostalgici richiami, di successive rappacificazioni, di nuove chiusure nell’alcova per ripetere nuovamente voglie-posizioni-orgasmi e poi nuovamente delusioni-rischi[1]litigi-allontanamenti-richiami nostalgici-rappacificazioni. La dipendenza simbiotica, come ogni passione, si ripete e cresce nel tempo senza risentire dello scorrere delle stagioni, dei cambiamenti di vita sopraggiunti, dei danni che si diffondono, delle sfide epocali comparse. Anzi, questi eventi diventano occasioni che spingono ancor più i due amanti a chiudersi nell’alcova, a stringersi in uno spazio sempre più rimpicciolito e rimanervi con maggior determinazione e con minor resistenze o perplessità possibili. Gradualmente, il rapporto simbiotico si trasforma in “rapporto siametico”: l’alcova avvicina e stringe fortemente i due amanti, i quali manifestano sempre di più un corpo solo, un torace solo, le medesime mani, il medesimo cuore, un cervello sempre più a mezzadria, una con-fusione somatica e psichica ogni giorno più definitiva. Quali sono state le amanti comparse soprattutto all’epoca dei giovani-nonni innamorati e in quali alcove si sono sigillate? L’amante preferita dai giovani-nonni fu il “virtuale”, reso possibile dalla sostanze psicoattive o droghe.

L’unico punto debole di questa dipendenza simbiotica era proprio il prezzo-rischio da pagare per accaparrarsi la rispettiva amante: un punto debole, però, che aveva la sua rilevanza e che quasi sempre, per essere tamponato o risolto, imponeva un’altra dipendenza: la dipendenza parassita. Due “dipendenze simbiotiche”, infatti, per stabilizzarsi e crescere ulteriormente hanno bisogno prima o dopo di stringere una dipendenza parassita, di vivere l’una in “funzione” dell’altra e utilizzare l’uno il materiale organico dell’altro.

In pratica ogni monade per mantenere la propria alcova è obbligata a differenziarsi in una funzione (differenziazione funzionale): cioè ha necessità di approntare un materiale organico per gli aspetti parassitari di altre monadi, in modo da ricevere in cambio a sua volta il materiale organico di cui ha bisogno e che non riesce a produrre da sé ma che viene prodotto da altre differenziazioni funzionali. È una rete di materiali organici che rappresenta l’unica modalità di scambio tra alcove impenetrabili, ognuna strutturata col proprio amante, ognuna senza finestre per vedere altre entità o per cogliere la frantumazione dell’intero vivo al quale si era appartenuti e al quale si continua a essere legati per gli equilibri di vita. È una rete in cui sono già previsti e regolamentati gli obblighi-doveri / premi-sanzioni che permettono la relazioni tra queste monadi parassite.

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Questa illusoria soluzione può durare anche molto tempo e ogni alcova può sentirsi sempre più stabile e impermeabile all’esterno e alle sue variazioni e decomposizioni vitali, garantita dalla propria capacità di differenziazione funzionale che cresce in maniera sempre più autoreferenziale. Però questa rete cieca di prodotti parassitari, prima o dopo dovrà fare i conti con l’intero vivo in decomposizione, del quale continua a far parte integrante ogni alcova che sta sotto gli occhi del sole e dal quale solamente può ricevere normatività costante, possibilità di sopravvivenza duratura e prospettive di discendenza. Nessun oceano, per quanto esteso, può reggere all’infinito e non far morire chi da tempo lo ha trasformato in latrina a cielo aperto.

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La diffusione “universale” di “dipendenze simbiotiche-differenziazioni funzionali-dipendenze parassite” è diventata da tempo una forza di declino per queste stesse monadi e per la stessa “dipendenza” o secondo vizio capitale. Non so se sto comunicando o vi sto confondendo le idee. È strano accettare che un impero comincia a declinare proprio quanto sta al massimo fulgore della propria dominazione universale. Questa antica tendenza, però, ci fa ben sperare proprio nei confronti di questi Moloc che ci terrorizzano e ci impauriscono. Seguitemi, perciò, perché intendo evidenziarvi l’harakiri che stanno consumando questi samurai del capitale, del virtuale, del cambiamento “simb-arassito”: il loro ventre si sta squarciando attraversato dalle loro stesse spade, spinte in profondità dalle loro stesse mani.

Il primo harakiri sta emergendo sempre più nell’ambito delle sostanze psicoattive o droghe. Il loro uso degradato e generalizzato sta diffondendo sempre più adattamento e tolleranza verso questo amante virtuale che ormai stimola sempre meno, come un amore senile, e richiede continue novità di molecola-combinazioni-versioni-riformulazioni, come un carcerato che non sa più quale novità fittizie introdurre nella sua celletta per cancellarne la ridottissima volumetria e attutirne i fastidi prosaici e immodificabili. L’orgasmo della virtualità chimica è destinato a scemare e a cedere sempre più il posto a effetti psicotropi puntiformi e senza prospettiva di stile di vita, con necessità di combinarsi e potenziarsi con comportamenti particolari e interazioni problematiche nella realtà, come già abbiamo visto a proposito del disagio giovanile diffuso. Questi sballi-frenesie lucide-trip occasionali e senza strategia produrranno sempre più problemi correlati anche nei contesti stessi in cui avviene il consumo.

Sempre più questi problemi correlati trasformeranno l’interessata connivenza di alcuni ambienti e iniziative in ambiti di autodifesa e di allontanamento dei giovani, che a loro volta faranno sgonfiare queste attività che parevano in espansione duratura. Inoltre le “dipendenze simbiotiche” da sostanze psicoattive ormai sono sempre più diluite perché in compagnia di altre “dipendenze simbiotiche-siametiche” e di “dipendenze oppositive”: cibo, moda, discoteca, baby gang, dipendenze istituzionali, deliri violenti, ecc.

Un secondo harakiri sta emergendo anche all’interno del capitale finanziario o mafitale. Sempre di più si stanno strutturando al suo interno forti “dinamiche oppositive” tra adepti della stessa alcova: la stessa amante se la vogliono far tutti e competono tutti all’ultimo sangue per strapparla agli altri pretendenti. Un vicino di borsa, un socio di affari, un finanziere dell’ultima ora, un esperto di “pizzi” telematici può trasformarsi in implacabile concorrente che sa tendere imboscate mariole e turbolenze rimunerative, sa aggiudicarsi in maniera anonima la commissione, sa portare via il valore aggiunto di scambio in ballo e prostrare nella polvere il dio mafitalista del giorno prima, spostando in luogo anonimo la cupola finanziaria. E per sostenere questa feroce dinamica oppositiva all’interno della famiglia mafitalista, c’è bisogno sempre più di stimolanti-euforizzanti-sballanti-psicoanalettici-psicodepressori sia per i fanti “operatori di borsa”, sia per i colonnelli e generali della media e alta finanza. Ormai i due Universali storici (sostanze psicoattive e valore aggiunto di scambio) sono sempre più associati in “dipendenze simbiotiche-parassite e simb-arassite”, che non conoscono definizioni di età-classe-ceto culturale-appartenenza legale o mafiosa e che sanno di continuo ricomporsi e trasformarsi l’una nell’altra senza limite di combinazione e di osmosi e senza obbligo di decenza e di autocontrollo.

Un terzo harakiri lo stanno manifestando le istituzioni sociali deputate a controllare-modificare le “dipendenze oppositive-simbiotiche-parassite-simbarassite”. I carcerieri-poliziotti e gli operatori dei servizi manifestano sempre più un burn-out che brucia la loro efficienza ed efficacia, e porta i vari soggetti e iniziative implicati nelle “dipendenze” a proliferare indisturbati nelle loro differenziazioni funzionali, nei loro attacchi e dannosità verso l’intero vivo, eccetto brevi intervalli di carcere e comunità. L’accrescersi dei vari “dipendenti” porta ad aumentare gli organici di carcerieri-poliziotti-operatori e a delegare loro compiti sociali sempre più ampi e, per ciò stesso, sempre meno efficienti ed efficaci. Sono soprattutto uno specchietto per le allodole sempre più utile per rimandare la presa di coscienza di questi vizi capitali che ne sono alla base e che a loro volta rimandano a rivolgimenti profondi che nessuna istituzione può concepire o portare avanti, perché essa stessa costruita sull’altra faccia dello stesso vizio. D’altra parte questa crescente inefficienza e inefficacia sta dando sempre più pallino e bocce all’industria del virtuale legale (alcool, psicofarmaci), all’industria psicoterapeutica e “onlus” del disagio, al pool sempre più esteso dell’acqua forte, ovvero a terapeuti parziali a pagamento che cercano di sbiancare gli abiti delle persone senza eliminare a monte ciò che genera lo sporco e lo riforma dopo ogni lavatura.

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Infine, oggi regna sempre più l’ambivalenza. È emersa, infatti, la virtualità delle categorie cassificatorie e definitorie, l’ambivalenza tra obiettivi e strategie, tra sostanze legali e illegali, tra piacere e cura, tra pizzo e differenziazione funzionale, tra lecito e illecito sociale, tra società legale e illegale, tra malattia-devianza e stile di vita, tra virtualità e vita concreta, tra universale e specificità, tra monade e rete, tra alcova e convivenza, tra santuari e vita libera, tra frequentatori di templi e adoratori in spirito e verità, ecc.. Sono ambivalenze drammatiche che stanno inglobando tutti e stanno perciò inoltrandoci in una confusione di lingue in cui nessuno più può ritenersi di pura razza ariana. In queste ambivalenze ci sentiamo tutti spinti a rimanere a lungo nella indecisione, incertezza, dubbiosità, aspettando forse un miracolo dell’ultima ora o una catastrofe redentoria. Sicuramente, in questa condizione, c’è il piacere di non dover scegliere e di rimandare ad altri tempi le decisioni, ma alla lunga rischiamo di soccombere al centro della stalla, come l’asino di Buridano, stecchiti per la fame a lungo rimandata nel tentativo di scegliere verso quale mucchietto di paglia per prima dirigersi.

Rif. Verso una Nuova Specie, 2000 di M. Loiacono. Per leggere il pezzo completo è possibile scaricare gratuitamente la pubblicazione dal sito https://www.fondazionenuovaspecie.org/pubblicazioni

Dipendenze. Museo Internazionale della Ceramica, Faenza, marzo 2024

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