I limiti strutturali degli AUPP (Animali Umanoidi Pensanti Pianetino): LA VIRTUALITA’, terzo vizio capitale.

Nel disagio giovanile, il terzo vizio capitale di questa testa umana è venuto fuori con la generazione dei giovani-genitori, quelli della politossicodipendenza. Se vi ricordate quanto abbiamo già detto nella “teoria particolare”, con la politossicodipendenza emerse il meccanismo della contingenza e genericità. È come se tutto fosse toccabile contemporaneamente (“cum-tangere”), tutto fosse possibile, tutto fosse piatto e sullo stesso piano, tutto fosse appunto generico, senza storia specifica, senza regole o normatività peculiari, tutto fosse mera rappresentazione e, per questo, non diversificabile da niente altro se non per il fatto che faceva parte delle tante possibilità che si potevano toccare e alle quali casualmente attingere, con la consapevolezza che per ogni possibilità selezionata ve n’erano tante altre possibili altrimenti.

Il terzo vizio capitale, dunque, è la virtualità, cioè la presenza di una potenzialità-possibilità senza che questa abbia effetto attuale; vale a dire la rappresentazione generica e contingente di una realtà piuttosto che la sua concreta-attuale-univoca-vincolante espressione viva. Vi potrà sembrare una cosa di poco conto o addirittura positiva in assoluto. Ma intendo mettervi in evidenza come la “virtualità” sia un “vizio” che ci caratterizza profondamente e che è alla base degli altri vizi capitali. La virtualità, infatti, è alla base di come noi conosciamo l’albero della vita, ed è stata massimamente evidenziata e valorizzata proprio dal pensiero greco-occidentale per conoscere-interpretare-modificare l’albero della vita.

Abbiamo già visto che l’Occidente, a cominciare dal pensiero greco, è stato sicuramente il propugnatore più convinto dell’uni-versale, cioè dell’unus-vertere: individuare ciò verso cui tutto si volge, ciò che è capace di ridurre il molteplice a uno, di assicurare una conoscenza scientifica: univoca, certa, valida sempre e in tutti i contesti. Questo Universale, però costa tantissimo all’albero della vita. Infatti, se seguite le varie fasi che caratterizzano questo tipo di conoscenza, vi renderete conto che cosa occorre mettere in atto per passare dall’albero della vita a un Universale logico-razionale.

Per raggiungere l’universale, secondo il pensiero greco-occidentale, occorre uno strumento appropriato: il “concetto”. Ricorrendo alla “mater” della parola, il “concetto” o “concepito” (“cum capere”) indica: ciò che dell’albero della vita è stato preso, accolto in sé, contenuto insieme; in altre parole, il concetto è l’universale, ciò che è stato “unus-versus” a partire dall’albero della vita.

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Attraverso quale processo si forma una rappresentazione nel mondo interno di un soggetto e perché produce una conoscenza solo virtuale? Per conoscere attraverso le rappresentazioni, bisogna prima disarticolare e frantumare un contesto vivo troppo ampio o complesso e da quell’intero-tutto scorporare, distaccare singole entità o frammenti. Il mondo interno, infatti, per conoscere un intero-tutto ha bisogno di profanarlo, romperlo, ridurlo a frammenti grandi quanto una singola rappresentazione. Il tipo di frammentazione realizzata e quali entità sono da selezionare per trasformarle in rappresentazione, variano a secondo del singolo “mondo interno”, del soggetto impegnato in quella operazione, dello strumento adottato per rompere e selezionare.

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A Flatlandia infatti, come in ogni paese delle meraviglie dove si vive senza più multidimensionalità, sono possibili operazioni tra rappresentazioni straordinariamente miracolose (che mai o difficilmente una rappresentazione avrebbe potuto sperimentare e realizzare se fosse rimasta solo entità viva, specifica, concreta, di quel contesto-oceano). Sono possibili, infatti, apparentamenti tra rappresentazioni, trasformazioni, spostamenti, embricazioni, fusioni, creazioni, regressioni, negazioni, rimozioni. Senza più molteplicità e multidimensionalità viva, una entità-rappresentazione può finalmente soggiornare nel paradiso degli accoppiamenti inediti, nel paese dei balocchi dove è possibile giocare liberamente, senza il batticuore delle specificità vive e concrete e senza temere le conseguenze dannose o definitive che si possono verificare fuori di Flatlandia, nell’oceano vivo.

Ma una rappresentazione di tal fatta ancora non è un vero concetto: è ancora troppo in rappresentanza di una specifica entità viva, concreta, storicamente in viaggio, da cui è stata tratta; non è ancora l’universale, riferibile cioè all’universo di entità vive, dello stesso genere, che sono presenti nell’oceano e che potranno chiedere di entrare a Flatlandia. Secondo il pensiero greco-occidentale, il mondo interno può funzionare meglio se, piuttosto che fermarsi alla rappresentazione di ogni entità viva-concreta-specifica, ne produce una rappresentazione “originale” di cui tutte le altre non saranno che copie. Questa, infatti, sarà la vera rappresentazione “universale”, quella che contiene in sé e rappresenta tutto il genere di entità vive-concrete ipotizzabili e prevedibili: sia quelle che sono state presenti nell’esodo di vita in altri tempi, in altri contesti, per altri “soggetti”; sia quelle che lo stesso “soggetto” ha già precedentemente incontrato; sia quelle che potrà incontrare successivamente nel suo viaggio. Il funzionamento del mondo interno sarà così semplificato ed efficiente e maggiore sarà la fusionalità possibile nel mondo bidimensionale di Flatlandia.

Ma come una rappresentazione riuscirà a contenere in sé e rappresentare una molteplicità di entità vive concrete e specifiche? Come l’originale rappresenterà tutte le copie possibili in ogni tempo e in ogni contesto? La rappresentazione di una entità viva-concreta potrà diventare universale-astratta, e accogliere in sé tutte le altre copie che incontrerà, solo dopo che da essa saranno scorporati, distaccati, tolti via (“astratti”, da “ab-traho”) tutti i riferimenti, legati alla specificità e alla storicità di quella entità. Solo così diventerà “generica”, in grado di rappresentare tutte le copie dello stesso genere. La rappresentazione universale (o concetto astratto-generico di quelle entità vive-concrete-specifiche), dunque, dovrà obbligatoriamente contenere solo ciò che è fuori di ogni specificità e di ogni storia e, quindi, ciò che può essere univocamente riscontrato in tutte le entità vive in ogni tempo e in tutti i contesti.

Questo “concetto-astratto” sarà il vero universale: l’unica vera entità originaria, in grado di rappresentare in tutti i tempi e in tutti i contesti tutte le entità vive-concrete-specifiche che potranno apparirci durante il viaggio. Queste saranno solo “copie conformi” e non potranno fuorviarci, spiazzarci o confonderci. Saranno solo copie generiche (appartenenti tutte allo stesso genere) e contingenti, tra di esse sostituibili e intercambiabili flessibilmente, utili solo per rappresentare nel concreto della vita lo stesso Universale in vari (secondari) contenuti-esemplificazioni.

Ma come fissare definitivamente e proteggere-difendere queste preziose rappresentazioni originali, che aiuteranno il mondo interno a sopraelevarsi e stare fuori, al di là, della mischia sconvolgente delle entità vive-concrete-specifiche “copie-conformi”? È semplice. Ad ognuna di queste rappresentazioni astratte-concetti viene attribuita una specifica identità, un marchio specifico che può incidere solo Flatlandia. Ogni rappresentazione originale verrà contraddistinta specificatamente da un “verbum”, da una parola: un simbolo (parlato e scritto) che verrà a indicare “quel” concetto in maniera univoca, sempre e in tutti i contesti. Per rappresentare quella rappresentazione originale e riconoscerla, d’ora in poi basterà un nome, uno specifico “verbum”. Grazie al nome di battesimo, la identità di quella parola-concetto non si potrà scambiare con nessun altra identità (principio di identità) e non si potrà contraddire (principio di non contraddizione) con nessuna altra identità-nome-concetto.

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L’epistemologia adottata (mitico-religiosa, filosofica, scientifica) è come una telecamera piatta, bidimensionale che prima di tutto introduce ulteriori artifizi e condizionamenti nella conoscenza di un fenomeno vivo: è come se aggiungesse alle limitazioni e appiattimenti già descritti una nuova griglia deformante, una bocca di entrata con una forma prestabilita e fissa, attraversabile solo dalle entità che accettano di adeguarsi perfettamente a quella forma, e impenetrabile da chi ne differisce anche per aspetti marginali. In pratica, una telecamera può decidere il tipo di frantumazione alla quale sottoporre l’intero vivo che vogliamo conoscere, quali sono le entità da trasformare in rappresentazione e quali fare abortire già a livello recettoriale.

A conclusione di questa miracolosa attività, ogni epistemologia produce la sua I.De.A. (Interpretazione Delirante Allucinatoria) dell’albero della vita e un corrispettivo “sistema”. In altre parole, dopo questa conoscenza virtuale dei fenomeni vivi, ogni epistemologia torna all’albero della vita (da cui era partito) e fissa irrevocabilmente quali dinamiche debbano esserci tra rappresentazioni simili e opposte. In altre parole un “sistema”, scaturente da una specifica epistemologia, fissa in maniera univoca-universale l’organizzazione generale che “insieme-mette” (“sin-stema”) tutte le rappresentazioni universali astratte-nominali contenute nel proprio scrigno, decidendone i valori, le tecnologie, la moralità, gli obblighi-doveri, le regole di convivenza, le sanzioni, i premi, le istituzioni connesse, i limiti di cambiamento, le esclusioni. Forse vi risulteranno più chiare le drammatiche conseguenze, se analizziamo più in dettaglio e in maniera viva che significa “sistema” scaturente da una telecamera bidimensionale e dallo scrigno d’oro delle sue rappresentazioni universali astratte-nominali.

Nel ritorno alla realtà, all’intero-tutto vivo, questa Flatlandia bidimensionale si comporta come un tritacarne che frantuma e polverizza le volumetrie, sinuosità, anfratti, profondità, storia specifica e riduce la multidimensionalità viva in appiattiti “cartoons”, in copie conformi delle rappresentazioni generiche e contingenti prodotte dalla telecamera dominante. In questo tritacarne contingente e generico il fenomeno vivo non ha più valore in sé, non ha più una storia di specificità individuale-etnica-culturale, ma diventa anch’esso astratto-generico-contingente-flessibile-intercambiabile-mutevole. Diventa una rappresentazione copia che acquista identità individuale solo nel confronto che può avere con l’universale astratto-generico e nella differenza che manifesta nell’appartenere a uno o a un altro opposto. Un fenomeno vivo, ripulito della sua storia specifica-etnica-culturale, non può che orientarsi tra due opzioni generiche e contingenti. Appartenere alla schiera dei capri oppure a quella degli agnelli.

Aderire ai valori-costumi-comportamenti leciti e ammessi-graditi alla telecamera bidimensionale, negando la propria volumetria-anfrattosità-profondità viva e specifica; oppure ai valori-costumi-comportamenti illeciti e esclusi-scomunicati dalla telecamera dominante. Indossare l’universale uniforme (una sola forma, che elimina le specificità), omologarsi ai costumi, regole di convivenza, moralità, istituzioni sociali che lo rappresentano autorevolmente e legalmente, e ricevere in contraccambio appartenenza-vita sociale-consenso-premi-crescita progressiva; oppure andare contro l’universale uniforme, contraddire i costumi, regole di convivenza, moralità, istituzioni che lo rappresentano, e ricevere in contraccambio inquisizione-esclusione sociale-radiazione-espulsione-interdizione-scomunica-sanzioni-gulag-esilio-messa al rogo-pena capitale.

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La nuova realtà virtuale, generata dallo scrigno d’oro delle epistemologie bidimensionali e delle tante loro versioni storiche, non può durare in eterno perché sono tante le parti di vita e di rappresentazioni che sono considerate opposte e vengono attivamente escluse dal sistema dominante e dai suoi sacerdoti-templi-vocabolari-cameramen. Queste parti-rappresentazioni cestinate o triturate non muoiono mai completamente, ma soffrono e si mantengono attive come una molla schiacciata da un masso, pronte nuovamente a generare forza propulsiva appena il masso si logora, il sistema dominante invecchia o allenta le sua pressione. In attesa della liberazione ad opera del vero albero della vita che capovolgerà il virtuale dominante, c’è comunque una soluzione interlocutoria.

Come abbiamo già visto, le parti schiacciate-cestinate-triturate si mantengono attive proprio con “dipendenze oppositive-simbiotiche-parassite-simbarassite” e con tenacia sanno aspettare Godot, fino a quando riescono a smascherare la virtualità di una epistemologia adottata, dei suoi Universali e del sistema dominante a essa collegato.

Dunque, già con la genericità e contingenza della politossicodipendenza, i giovani-genitori avevano rivelato indirettamente questo vizio burattinaio che risiede nel palazzo del pensiero logico-razionale, divinizzato e imbellettato da tanti sacerdoti-templi-vocabolari-cameramen. Ci sono anche adesso, però, altri segni e rivelazioni che portano alla stessa diagnosi; questa volta sono anche più diretti. Innanzitutto c’è la enorme crescita e consumo di fiction sia nei cinema che negli schermi domestici; spesso è una fiction fatta ad insalata con dei banali fatti di cronaca, specie quando sono in gioco ragazze cenerentole divenute prima principesse reali e poi mogli insoddisfatte di principi ereditari. Vi chiederete perché galoppa questa industria del celluloide. Il cinema ci attrae perché nel buio della sala di proiezione è come se potessimo riprodurre il sogno: la sala da proiezione notturna che ognuno possiede in esclusiva per vedere lui solo i film di cui lui stesso è regista, sceneggiatore, tecnico delle luci, delle immagini e dei suoni, montaggista, spettatore, critico. Ma perché, secondo voi, ci attrae così tanto sia la fiction onirica che quella dei cineasti? Vi sembrerà strano ma, secondo me, il vero regista della fiction è ancora una volta il gran Burattinaio, la virtualità stessa. Mi spiego meglio. Il sogno (e quindi il film) è l’unica possibilità che abbiamo di accontentare il narcisismo di questo Barbablù di Flatlandia. Il sogno permette finalmente a questo burattinaio di sentirsi indistintamente “albero della vita e albero della conoscenza”, senza che possa venir oscurato dalla fastidiosa e vincolante concretezza dei fenomeni vivi e della loro specificità difficile da gestire. Nel sogno questo gran Burattinaio finalmente diventa signore assoluto e ci impone incontrastatamente piaceri, fusioni, salti nel precipizio, persecuzioni all’ultimo thriller, regressioni, identificazioni, zoomorfismi umani, suoni arcani, pianti all’ultima goccia. Quanto più la realtà viva, ad occhi aperti, è lontana dalla logica di questo Barbablù, tanto più ci deve sopperire il sonno-sogno o fantasticherie di celluloide o fantasie ad occhi aperti o veri e propri deliri che mascherano la realtà, si sovrappongono e la trasformano in una personale cinecittà. È perciò comprensibile il perché oggi, che il mondo-villaggio ci impone sempre più realtà accelerate e frantumate, il gran Burattinaio si sta mangiando ore di veglia per trasformarle in surrogato aggiuntivo di ore di sogno. Così capite anche perché c’è un enorme consumo di sostanze psicoattive nel mondo-villaggio. Proprio per lo stesso motivo. 

Rif. Verso una Nuova Specie, 2000 di M. Loiacono. Per leggere il pezzo completo potete scaricare la pubblicazione gratuita dal sito https://www.fondazionenuovaspecie.org/pubblicazioni

Un burattino manovrato. Maggio 2023.

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