Al 110° anno dalla nascita del padre di Mariano Loiacono, Ninarell

Sapete io, fino a sei anni, dove ho vissuto? In una casa di diciotto metri quadri. Quanti eravamo? Cinque persone. Siccome lo spazio era enorme, c’era anche il maiale davanti! Non avevamo neanche il bagno. C’era una cosa di terracotta e, con una pezza che prendevi, dovevi trovare lo spigolo buono per pulirti il culo! La mia infanzia è stata questa. Cosa voglio dire? Non c’è niente che risolve. I nostri genitori sono stati contenti che finalmente potevano mangiare.

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Nessuno può capire in casa nostra che succedeva, le coltellate che ho visto, eccetera. Ma per gli altri venivamo visti cosi: “Che bella famiglia, guardate quelli così…”. Cioè si benedivano le cose esterne. Ma in una cosa chiusa, in cui non si muove l’aria, secondo voi, mio padre e mia madre che vita hanno fatto? O meglio, noi che vita abbiamo fatto!

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Mio padre mi riteneva una persona proprio inutile, proprio riuscita male; mio fratello era il vero maschio di famiglia, e mio padre a me diceva sempre: “Avessi fatto un cetriolo, almeno mi sarei rinfrescato la bocca!”.

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La rabbia con mio padre ce l’ho, ma non l’ho potuta esprimere: l’ho repressa e lo scansavo sempre, anche perché con la sua violenza mi ha terrorizzato fin da piccolo. Quando è morto non è che mi è crepato il cuore.

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Ho molto subito mio padre, mi ha castrato, ho avuto molte difficoltà a riprendermi.

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Io non ho potuto prendere anche delle cose buone da mio padre perché lo rifiutavo. Lui, tra “citruv’l’” e “cocozz’”, non ha capito il mio valore e lo ricordo. Come quando sono partito per fare l’Università Cattolica in cui sono riuscito ad entrarci per meriti miei, senza raccomandazioni, perché gli altri erano tutti figli di professionisti ed io ero figlio,invece, di non abbienti. Ho avuto il presalario col quale sono diventato medico, mio padre non ha cacciato una lira, ma quando sono partito, era l’ottobre del 1968, iniziavo il primo anno, gli ho chiesto di anticiparmi un po’ di soldi perché il presalario arrivava dopo, mi ha dato centomila lire che poi non erano chissache e mi ha detto: “Mo’, nn’ m’ rumpenn’ chiù u’ cazz’!”. Questa è la mia storia. Nei sei anni, col presalario, ho fatto una vita miserina, tra collegio San Damiano e Università, non è che mi sono permesso le serate, gli altri andavano, avevano anche la macchina data dal papà. Sto parlando del 1968-‘69, erano tutti figli di papà. A luglio, portavo sempre dei regali a mio padre e a mia madre, come se io avevo il debito! Lei non si rendeva conto, lui neanche, poverina però mia madre. La cosa che più mi ha ferito, per cui dopo non sono riuscito più a perdonarlo, è che dopo sei anni canonici (a ottobre, neanche a febbraio!), mi sono laureato con centodieci e lode, alla Cattolica, senza che mio padre avesse cacciato una lira, però prendeva il libretto degli esami senza chiedermi niente, lo portava dai suoi amici per dire: “Io ho un figlio medico, sta diventando medico”. Quando l’ho scoperto avrei voluto strangolarlo, ma poi non ero capace perché mio padre era una bestia, aveva una forza fisica, io non ho mai sviluppato l’aggressività, quindi figurarsi! Quando mi sono laureato, per fare la professione mi serviva l’apparecchio della pressione e il fonendoscopio.

Il fonendoscopio già lo avevo comprato io prima, ma mi serviva l’apparecchio della pressione e quando lo chiesi a mio padre, mi disse: “Allora n’ha capit’ che non m’ha romp’ cchiù u’ cazz’?”, “Allora non lo hai compreso che non mi devi rompere più il cazzo?”. Per me fu una cosa tragica, né mi ha fatto una festa, né niente, voleva il figlio medico, senza mettere neanche una lira… Praticamente io mi sono laureato con centodieci e lode, al Gemelli dove tutti ambivano, in sei anni, e lui che fa? L’apparecchio della pressione, non ci credete, l’ho chiesto a mia zia di comprarlo, la sorella di mia madre che quella era pure vedova, senza figli. Per cui capite perché questo per me è stato brutto, schifoso. Per me una vita, un’esistenza fatta così non ha senso! È meglio distruggerla! Per cui per me, quello che ho fatto e continuo fare è proprio quella di dare delle opportunità.

Mio padre, grazie a Dio, è morto che io non c’ero, non ho pianto, sono andato sulla tomba a sputargli dopo un paio di anni, con la prima sputacchiata, che non è arrivata e la seconda … quindi, io ho fatto cose anche brutte, difficili, ma dovevo elaborare la sua violenza, la sua invasione.

Per me l’esempio di mio padre non mi ha fatto dare nessun valore all’essere maschio, perché è stato solo prepotenza, forza, invasione, violenza! Quello che ho fatto io è stata proprio una risposta diversa, di un maschio a un maschio embriogenetico. Questi tipi di maschio si sono diventati: la donna non può studiare, etc! Oggi ci serve una conoscenza globale, non razionale, di numeri, di computer! I maschi sono più per questo. Mettetevi voi nei panni delle donne! Noi maschi siamo dalla parte di quelli che beneficiano, ma mettetevi dalla parte delle donne!

Rif. Commento di Adamo ed Eva del 2017, Corso Maestrepolo sull’Esistenza, 02/10/2020, Sessualità adolescenziale 2017, Il mito della Guk, 2018. Mariano Loiacono

Ninarell

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