SECONDA VIRTU’ DEL FEMMINILE DI NUOVASPECIE: UGUALI NELLA DIVERSITA’

Partire dall’intero vivo significa innanzitutto ridimensionare o mettere da parte le modalità tradizionali che hanno finora caratterizzato l’incontro e lo scambio tra le diversità, perché nessuna inclusione in una di quelle diversità è sufficiente a farci galleggiare in questo diluvio in atto e a ridarci sufficientemente l’intero.

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L’intero vivo ci impone di non essere più bambini, di non vivere più di opposti o vedere chi può includere l’altro, convertirlo, nazionalizzarlo, farlo passare completamente dalla propria parte e diventare per lui un punto di riferimento univoco e definitivo.

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Chi crede di raggiungere il proprio “intero-tutto-indiviso” ingabbiandosi in uno dei contenitori-templi, disponibili sulla piazza del “mondo-villaggio”, faccia pure. A confortarlo ognuno avrà: la autorevolezza del fondatore di quel movimento o I.De.A. (Interpretazione Delirante Allucinatoria); la conferma dal gruppo-popolo che già vive in quel recinto; la inoppugnabilità delle proprie certezze; la verificata inferiorità delle altre versioni di I.De.A, dei loro fondatori, dei gruppi-popolo di appartenenza, delle altrui certezze. Per chi già sta bene nell’economia capitalistica, nella scienza tradizionale, nell’Islam, nel Cristianesimo, nella Medicina scientifica, nel Buddismo, nell’Ebraismo, nella guarigione dei Kimbanda, nel Taoismo, nella propria Religione Tradizionale, nelle Medicine alternative, nelle Psicoterapie, ecc., e in uno dei tantissimi sottotipi di questi movimenti tradizionali, faccia pure con comodo, continui a rimanere su quel monte dove il suo tempio o sottotempio risiede e continui ad adorare il suo dio. Chi vuole rimanga dentro il proprio pezzo d’origine o di formazione, divenga “immanente” e rinunci alla propria trascendenza.

Mi piacerebbe che si smettesse almeno di voler “nazionalizzare” le altrui diversità e, di conseguenza, voler combattere l’uno contro l’altro; mi piacerebbe che da nessun monte o tempio partissero missili Patriot verso gli altri territori. Auspicherei che le rispettive cellule metastatiche rimanessero a incancrenirsi nel proprio tessuto di appartenenza e, dubitando della propria capacità universale e totale di trasmettere l’intero, sospendessero il proprio potere invasivo e rispettassero i templi e i fedeli che vivono sugli altri monti.

Più che aderire ad una “I.De.A.” storica, bisognerebbe verificare che cosa ritorna all’intero vivo da questa inclusione. Bisognerebbe chiedersi e verificare: se mi includo nell’economia capitalistica, nella scienza tradizionale, nell’Islam, nel Cristianesimo, nella Medicina scientifica, nel Buddismo, nell’Ebraismo, nella guarigione dei Kimbanda, nel Taoismo, nella Religione Tradizionale, nelle Medicine alternative, nelle Psicoterapie, ecc., e in uno dei tantissimi sottotipi di questi movimenti tradizionali, l’intero-tutto-indiviso cresce? diventa più autoreferenziale-complesso-trascendente? Includersi in una versione storica o I.De.A. di intero è solo una possibilità, una occasione di far crescere l’intero; possibilità e occasioni che vanno valutate.

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Nel mondo villaggio, non basta più andare in Africa, in America, nei territori “ad gentes”; non è più sufficiente essere i samaritani e i guaritori-salvatori degli handicappati, degli emarginati, dei peccatori, degli alcolizzati, dei contagiati, dei dannati, dei selvaggi, degli immondi, dei subumani. Anche se non si vogliono escludere queste modalità tradizionali, frutto delle vecchie epistemologie psicotiche che vivono di spaccature e di opposizioni, bisogna convincersi che sono delle categorie molto infantili che erano comode proprio per vivere in un mondo semplice, governato da pochi elementi dominanti. Ma un mondo, che vive in diretta le multipresenze, le diversità e gli incroci, deve rinunciare a questa onnipotenza, a questo pensiero magico che definisce una volta per sempre le persone nelle nicchie. Bisogna convincersi che non sono quelle i rappresentanti più significativi della vita oggi, ma sono solo aspetti marginali.

Chi intende andare verso l’intero di “nuova specie” deve abbandonare l’involucro in cui vive come persona immanente, sospendere l’adorazione del proprio “dio”, ritornare trascendente, scendere dal proprio monte, camminare sulle proprie I.De.A. e riprendere il viaggio dell’intero. Se oggi la terra è una massa informe e desertica, piena di pezzi; se le tenebre ricoprono l’abisso, se le acque ricoprono la terra, bisogna tornare a essere dei creatori, aleggiare sulle acque, muoversi tra visibile e invisibile, stare dove ci sono pezzi e frammenti, comprenderli, e rigenerare cose intere-indivise, diffondendo l’intero nell’oceano della vita.

Oggi, tutte le diversità hanno un loro valore e sono ugualmente da rispettare nella loro specifica diversità.

Il “mondo-villaggio” e il “disagio diffuso” hanno introdotto una inedita opportunità per tutte le culture: le hanno rese “omo-loghe”. “Omo-“…, che significa “stesso-medesimo”, sta a indicare che finalmente le culture sono tutte sullo “stesso” piano: abitano tutte nello “stesso” villaggio, devono affrontare tutte lo “stesso” disagio e le “stesse” sfide, devono cimentarsi tutte per le “stesse” prospettive antropologiche e di vita. “-Loghe”, da “lego” che significa “raccogliere”, sta a indicare che ognuna di esse ha raccolto ed accolto aspetti simili o diversi che riguardano la vita, la sua armonia, la sua conservazione, la sua crescita, la sua complessità, la sua capacità di tramandarsi-replicarsi-rigenerarsi. Significa anche che ogni cultura è in grado di trasformare quanto già ha raccolto in “parola” e raccontare la propria specificità. Più nessuna cultura può considerarsi o essere considerata “muta” o “in-fantile” (che non sa parlare). Ogni etnia può parlare di ciò che ha conosciuto e coltivato dell’albero della vita, e va “ascoltata” perché può scaturirne per noi una prospettiva nuova di vita. Ognuna ha approntato me.me. (“me.diatori me.tastorici”) preziosi che possono essere messi a disposizione delle altre etnie e del progetto di nuova specie.

Il fatto che sono “omologhe”, però, non basta. Stare accanto nel medesimo territorio e spazio di vita può anche ingenerare una “babele”, perché le lingue a stretto gomito si possono confondere, il disagio crescere a dismisura e, per non aggredirsi all’ultimo sangue, si può tornare a disperdersi, nei vari angoli della stessa casa. Oggi, infatti, manca un continente dove disperdersi perché uscendo da una casa ci si ritrova nello stesso villaggio e negli stessi deliri e disagi. Né alcuna cultura è più nella condizione di crescere a dismisura, divenire monocultura, trasformarsi in cancro, generare metastasi, impiantarsi nelle altre culture e consumarle parallelamente alla propria crescita invasiva. Siamo tutti obbligati a un fuoricampo che rimetta in moto un processo di nuova specie.

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So che non è facile l’incontro e la penetrazione profonda tra “uguali portatori di diversità”; so che davanti alle diversità è facile provare ostilità e risentimento e comportarsi come la strada già battuta, dove il seme dell’altro non viene nemmeno accolto per brevi istanti, ma finisce come cibo per gli uccelli. So che specie le diversità maschili che governano l’albero della vita oggi non condividono questa prospettiva di incontro e di interpenetrazione.

È tempo che si facciano avanti etnie diverse che sono rimaste sagge e hanno saputo conservare e ancora conservano olio per la loro lanterna e che sappiano svegliarsi, andare incontro allo sposo, partecipare al banchetto dove ci sarà la convivialità delle diversità. Mi piacerebbe che ognuna di esse portasse in dote i propri me.me., si predisponesse a uno scambio-interpenetrazione, si definisse come gamete specifico e si accoppiasse strettamente con le altre diverse etnie per dare forma a un “codice memico” inedito e attivare uno “zigote” di nuova specie. Avendo tempo e pazienza, questo “zigote” potrebbe andare in gravidanza e forse potrebbe nascere una nuova discendenza per abitare una nuova terra finalmente illuminata dall’intero.

La nota dolente che ostacola fortemente questo processo resta, ovviamente, l’economia capitalistico-finanziaria, la bestia che continua a mettere un marchio sulla fronte di tutti i popoli del pianeta e impedisce di comprare o vendere a chi non porta il suo marchio. Sicuramente l’economia capitalistico-finanziaria è una bestia, e su questo non si discute. Ma accontentarci solo di marchiarla in questo modo e combattere fino all’ultimo sangue per escluderla può far piacere solo alla nostra aggressività infantile, che va in orgasmo quando uccidiamo l’opposto dentro di noi e lo distruggiamo con la onnipotenza del nostro mondo interno o delle parole avvelenate che spariamo dalla nostra bocca. È sicuramente una piccola soddisfazione, ma è una strategia da struzzo, una misera consolazione prima che la bestia ci addenti potentemente nel posteriore e ci distrugga completamente. La bestia ha già mostrato in più riprese che possiede diverse teste e, come dice l’Apocalisse, anche quando: «una delle teste del mostro sembrava mortalmente colpita, la ferita fu guarita».

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Sono convinto che con la bestia bisogna cambiare rotta e imboccare una strategia di nuova specie che sia più “intera” di quella in atto, pur ribadendo che chi l’ha combattuta e la combatte ha le sue buone e fondate ragioni e che finora ha ben operato stimolando importanti operazioni e progetti. Ma questa strategia non basta più ed è sicuramente perdente; né risolve in qualche modo il dilemma degli opposti che rimane ancora sul campo. Il dilemma, infatti, c’è e non riguarda solo la “bestia”, ma riguarda anche la “bella” ovvero chi di noi si sente l’opposto della bestia e non ne può reggere nemmeno la vista.

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È ora di cambiare strategia verso l’economia finanziaria. Questo significa convincersi che l’economia capitalistica in sé non è una cosa negativa o solo bestia, ma è anche un giovane e bellissimo principe che è sotto l’effetto di un raccapricciante incantesimo a causa della sua crudeltà d’animo. Vediamo infatti che ci dice l’arché della parola “economia”. “Eco-nomia” è una parola composta. “Eco” deriva dal verbo greco “oikein” che significa “abitare, dimorare, stare, risiedere, vivere”. Indica, dunque, il “globale” vivo di una specifica comunità di uomini, habitat, risorse, clima, relazioni, cultura, storia, spiritualità, ecc.; indica tutto ciò che vi abita, vi dimora, rappresenta la vita specifica di quella comunità di viventi e di eventi. Così come “oikein” significa anche “amministrare, regolare, governare” questa comunità di viventi e di eventi, legiferare, regolamentare con giustizia l’oikòs nel suo insieme: non solo nelle risorse materiali o beni di consumo, ma anche nei diritti umani in senso lato. Significa già “oikoumene ghe” (terra abitata), ovvero, condividere lo stesso “Oikòs” (la Terra), abitare insieme in amicizia e solidarietà, far convivere in pace i diversi specifici “oikein”, le varie comunità di viventi ed eventi della Terra (“ecumenismo” etnico, culturale, religioso, ecc.). “Nomia” deriva dal geco “nomos” che significa regola, legge, da “nemo” distribuisco, reggo, amministro. È un rafforzare e rendere dominante l’aspetto di misura, regolamentazione, obblighi-doveri, forse mettendo in secondo ordine il globale dell’abitare e introducendo nell’oikein una iniziale crudeltà d’animo.

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L’economia planetaria globalizzata (la Bestia) deve saper essere accogliente e dettare le condizioni per superare la povertà e la difficoltà a sopravvivere di Bella, ospitando tutti nel suo castello e mettendo a disposizione cibo da mangiare, acqua da bere, legno da bruciare, utensili per tutti gli usi e mestieri, elettrodomestici, strumentazioni elettroniche, s-confinamento, tempi reali planetari. Bella deve accettare l’ospitalità premurosa di la Bestia e fare in modo che tutto questo serva solo a che regni l’albero della vita e le sue caratteristiche più profonde e più belle: i sentimenti puri, la sobrietà, la bellezza e la grazia, le rose, i me.me. delle tante diversità, una prospettiva di nuova specie, ecc..

Sicuramente questa diverrebbe l’occasione per far emergere una vita più piena e più in armonia, un castello brillante di mille colori dove, accanto agli obblighi-doveri e alle quantificazioni-regolamentazioni normative dell’economia, ci sia spazio per svolgere ruoli differenti e intercambiabili, si abbia tempo per un impegno volontaristico, ci si possa offrire doni-regali, si concepiscano come gruppo di lavoro opere e progetti creativi, si tenda a fare spettacolo per il piacere di vivere.

 

Rif. Verso una Nuova Specie, 2000 di Mariano Loiacono. Per ulteriori approfondimenti e leggere il testo completo potete scaricare gratuitamente una copia al seguente link: https://www.fondazionenuovaspecie.org/pubblicazioni

Uguali nella diversità, Mercato Cesena, ottobre 2023

 

 

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