PRIMA VIRTU’ DEL FEMMINILE DI NUOVASPECIE: L’INTERO

Se l’emergenza della vita oggi è la sua frammentazione in parti sempre più spezzettate e sempre più in opposizione; se anche la conoscenza dominante produce solo accumulo di pezzi e di parti opposte, è necessario allora partire da un “intero”, in cui tanti pezzi e diversità stanno insieme a formare un globale non divisibile.

Infatti, “intero” non significa un mosaico di parti che cercano di incollarsi insieme, ma è un “tutto”, un “in-dividuo”, un “non-diviso”, le cui parti visibili rimandano di continuo a quelle ancora invisibili e da svelare. Infatti, un “intero-tutto” può essere visto solo come globalità, “armonia”, vita specifica che pulsa in una molteplicità di reti, molteplicità di vibrazioni, molteplicità di espressioni, molteplicità di composizioni, molteplicità di ritmi, molteplicità di creazioni. E ogni rete, vibrazione, espressione, composizione, ritmo, creazione, che diverrà visibile, ci rimanda di continuo alle altre reti, vibrazioni, espressioni, composizioni, ritmi, creazioni che rimangono invisibili e al viaggio che bisogna ancora fare per incontrarle, sperimentarle e ri-conoscerle.

La sfida oggi è proprio la sfida dell’intero vivo, è superare gli opposti, le contrapposizioni, le dicotomie, la paura delle contraddizioni. Dobbiamo superare una modalità infantile di spaccare l’intero, di romperlo in alto e basso, adulto e bambino, bello e brutto, e tutti gli altri opposti che si vuole. Dobbiamo diventare adulti e superare il piacere degli opposti. Questa dicotomia è stata un vestito che finora a suo modo ha funzionato, ha prodotto anche cose buone, ma non è più adatta alla realtà del “mondo-villaggio” e sicuramente non è più adatta a conoscere e modificare l’albero della vita così come è stato concepito nell’arché.

Bisogna avere il coraggio di separarsi da questa ipotesi un po’ manichea, un po’ schizofrenica di aver diviso l’intero in parti frammentate e opposte, con tutte le conseguenze derivanti per la concreta esistenza. Oggi, questa prospettiva è divenuta obbligatoria perché la vita sta diventando sterile, si è allontanata dalla fertilità e le clonazioni intraculturali o le realtà virtuali non producono novità. La mia convinzione è che lo sposo è arrivato, è arrivata la sfida dell’intero.

La sfida di oggi è la sfida di non accontentarci di un pezzo. Questo è il “peccato originale”: confondere una parte con l’intero, con il tutto. Il tutto, invece, è una cosa magica che continuamente cresce, si accresce, si complica, si complessizza, si intreccia, si riproduce, si rigenera.

Noi della NuovaSpecie vogliamo partire dall’arché, dal fondamento, dalla pietra angolare della vita che è l’intero vivo e specifico, ciò che viene prima delle varie telecamere con le quali la vita è stata osservata, prima delle epistemologie (religiose, scientifiche, filosofiche).

L’intero viene prima, e quindi supera le differenze culturali; viene prima, e quindi supera le differenze etniche; viene prima, e quindi supera i confronti, il potere, il dominio, l’esclusione, la distruzione. È un intero che può crescere e può regredire, può inglobare e farsi inglobare. È uno spirito che fa nuove tutte le cose, è la magia del nuovo che non è cambiare contenuti, cambiare luoghi, cambiare delle cose esterne, ma rigenerarsi continuamente dall’interno, creando armonia tra le nostre varie parti e con l’intero esodo di vita.

Quali caratteristiche deve manifestare una entità per essere un intero? La prima caratteristica di un “intero” è la autoreferenzialità, cioè ha in se stesso il riferimento, è in grado di partire da sé, non ha bisogno di apprendere dei meccanismi di vita dall’esterno. Più una entità è eteroreferenziale, “dipende” dall’esterno, dal possesso di una cosa, dall’appoggiarsi a cose esterne, più non è intero, ma è parziale, è un pezzo, è un frammento.

Un’altra caratteristica di un intero è che è capace di complessità, cioè di intreccio continuo (complessità deriva da “cum plector”: “intreccio insieme”). L’intero è un continuo miracolo che non finisce mai di annodarsi e accrescersi nell’oceano della vita. Man mano che incontra parti e specificità, le “com-prende”, le prende dentro di sé e diventa più complesso, più globale. Meno un intero si complessizza, più tende alla parzializzazione, alla frammentazione, a diventare sempre più pezzo.

La terza caratteristica di un intero è la trascendenza, (trascendenza nel senso etimologico di trans e scand: scand significa salire e scendere; trans vuol dire andando al di là). Trascendere dà proprio il senso del viaggio. Una entità è intera quanto più è trascendente, cioè in viaggio. Trascendente non significa qualcosa che sta fuori o aldilà. La trascendenza non è il mondo ideale contrapposto al mondo reale. Trascendere significa continuamente saper salire e scendere, viaggiare nella vita, manifestare una dinamica tra il parziale, che in quel momento sembra il tutto, e il globale da raggiungere. Globale che, una volta raggiunto, sa accrescere il parziale da cui si era partiti, trasformarlo in un nuovo intero e trasformarsi a sua volta in un parziale che si propone di raggiungere un nuovo globale. Trascendenza è una dinamica continua tra visibile e invisibile, tra ciò che io vedo e ciò che ancora non sto vedendo ma c’è. Quando un intero non è più trascendente diventa immanente (in maneo, “rimango dentro” quello che già sono, non vado al di là), diventa attendato, fermo, e tende a divenire un fenomeno virtuale che per esistere ha bisogno di relazioni a partire dall’esterno.

Un intero immanente è destinato a morire asfittico e a implodere. Un intero, se è autoreferenziale-complesso-trascendente, è in grado di rigenerarsi continuamente quando, durante il viaggio, incontra variazioni, parti, pezzi di vita, frammenti. L’intero, infatti, non è qualcosa di fermo o di determinato-determinabile, una conquista da fare una volta per tutte, ma è un viaggio durante il quale continuamente bisogna mettere insieme i propri pezzi e dar loro unità-armonia.

Bisogna tornare a capire che l’intero-tutto-indiviso non si raggiunge mai una volta per sempre. Per questo, bisogna darsi tempo di ascolto della propria caverna, dei propri pezzi, pezzi che si scollano, pezzi nuovi da mettere insieme a quelli vecchi. Significa trovare modalità più piene per stare in viaggio nella vita con la propria specificità. Per fare questo, è necessario avviare processi continui di rigenerazione, continui superamenti delle tappe raggiunte nel proprio viaggio per includersi in nuovi globali. Si devono, cioè, acquisire e mettere in atto competenze di crescita, che implicano l’andare avanti e il tornare indietro, fermarsi e poi ripartire, separarsi, accettare le sofferenze di transizione e immettersi nel nuovo.

Rif. Verso una Nuova Specie, 2000 di M. Loiacono. Pubblicazione scaricabile gratuitamente al sito https://www.fondazionenuovaspecie.org/pubblicazioni

Sentieri da scoprire, passo passo. Trieste Luglio 2023.

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