𝐍𝐒𝐜𝐨π₯𝐚 𝐝𝐞𝐒 𝐦𝐒𝐫𝐚𝐜𝐨π₯𝐒

Ho sognato. “Come fanno gli aerei a volare?” Chiedevo insistentemente a mio padre mentre discuteva con un parente che lavorava nell’aviazione. Infastidito dalla mia richiesta, venivo azzittito dal suo sguardo severo e penetrante.
Ho sognato di essere un “duro” mentre litigavo facendo a pugni con un ragazzo della mia stessa etΓ  che faceva il bulletto. In quel preciso momento di lΓ¬ passava mio padre, vedeva che mi azzuffavo… Mi ritirai intimorito al pensiero di cosa potesse aspettarmi tornando a casa.
Ho sognato di essere un capo banda, in difesa dei deboli, dei bisognosi e degli ultimi, senza rendermi conto che il debole, il bisognoso, l’ultimo ero io.
Ho sognato di giocare al dottore con la mia cuginetta, dal viso tondo e bruno, gli occhi castani un po’ allungati, i capelli corti e lisci
Pensavamo di stare al riparo dietro a delle casette, coperte dall’erba, ma il posto non era privo di occhi che, ai primi approcci, urla e richiami smascheravano le nostre curiose conoscenze.
Ho sognato, seduto sul bordo di una vasca, con le gambe a penzoloni. di mangiare mandorle non mature, raccolte da un albero dalla corteccia rugosa e dalla chioma verde intenso.
L’albero faceva da ombra a un anziano zio Raffaele.
Alla controra il riflesso bianco, abbagliante di quel sole violento, cuoceva la terra, e il tempo rimaneva sospeso in un silenzio antico che assorbiva ogni rumore e cullava il riposo del podere. Lui vedeva lontano mettendo le mani a mo’ di cannocchiale e indicando cose che solo lui vedeva.
Ho sognato mio padre, alto, robusto, capelli folti e neri, sopracciglia lunghe, con il petto nudo e piedi scalzi, camminare lungo il tratturo con gli occhi e la gola pieni di polvere, l’odore acre della pelle umida, coperte da goccioline di sudore, abbevera il mulo succhiando l’acqua dalla pila messa di fianco al pozzo. Lo portava a capezza con le sue braccia muscolose, mentre il mulo tirava il vomero solcando il terreno della vigna a spalliera.
Ho sognato il pollaio, galline bianche con il ciuffo nero sul collo, galline nere con la cresta rossa, galline grigie con sfumature bianche, pulcini gialli, baldanzosi che correvano con le loro gambine incerte dietro la chioccia. Tante cassette di legno una di fianco all’altra, messe su travi di legno che fanno da sostegno. Io bimbo dalle guance paffute, pantaloncini corti sostenuti da bretelle di stoffa, gambe sporche di polvere, correvo da un nido all’altro alla ricerca di uova nella soffice paglia ancora calda del loro covare. Ho sognato di pigiare l’uva, a piedi nudi, con tutti i cuginetti in una vasca di cemento messa di fianco ad un antico torchio, lΓ¬ venivano scaricate cassette cariche di grappoli d’uva, raccolti dai miei zii nella prosperosa vigna a spalliera.
Mia madre, con la gonna alzata, gambe magre e bianche, papΓ  con pantaloncini corti, gambe robuste cotte dal sole, dava il tempo a noi piccoli che zampettavamo con i piedini coperti di succo appiccicoso di mosto; una danza, una gioia, un cantare la nostra contentezza, bere il mosto dolce e profumato.
Ho sognato un fazzoletto nero sul capo di mia madre, un vestito scuro che rendeva ancora piΓΉ esile quella figura di donnina ancora troppo giovane, ma giΓ  tanto triste. Un bimbo con una magliettina a strisce, bianca e nera, un pantaloncino corto con una gambina piΓΉ piccola dell’altra e un cavalluccio di legno ai suoi piedi.
Silvana l’ infermiera Γ¨ l’unico ricordo che ho di Lanciano.
Ho sognato le belle gambe di mia madre. D’estate le giornate al podere iniziavano all’alba, bisognava lavorare col fresco del mattino, il pomeriggio nelle ore piΓΉ calde quando il sole alto nel cielo e la calura toglie il fiato, tutti gli abitanti del podere piccoli e grandi dovevano fare la pennichella. Coricato di fianco a mia madre nello stesso letto e facendo finta di dormire, sbirciavo di nascosto ogni piccola nuditΓ  che l’occasione potesse presentare. Ho sognato la moneta d’argento, dal valore di 500 lire, mi venne data da mio zio Peppe come regalo per il mio ricovero in ospedale. La persi subito dopo averla ricevuta, mentre giocavo sulla mietitrice, depositata nell’aia del podere.
Ho sognato il respiro affannoso del pastore abruzzese, un cane grosso, bianco e peloso che dopo aver rotto la catena infastidito dal mio continuo passare, mi rincorse facendomi cadere dalla mia biciclettina e tenendomi a terra immobile con le sue grande zampe, la sua bava mi colava sul viso terrorizzato. Rita, la moglie di Franchino il Beneventano, sentendo le mie grida terrorizzate, chiamava il cane a sΓ© e fischiando, urlando, imprecando mi soccorse.
Ho sognato la mia mamma, che all’uscita di scuola mi caricava di peso su una jeep americana scoperta, che il conte Cacciaguerra, dispiaciuto nel vedere quella donnina affaticata con me in braccio, immobilizzato dal gesso che teneva le gambine divaricate, ci invitava a salire su per accompagnarci a casa.
Ho sognato le corse intorno al tavolo, insieme a mia sorella Lucia, per sfuggire a nonno che ci rincorreva minaccioso con un coltello in mano: voleva costringerci a vedere la mia sorellina appena nata che somigliava piΓΉ a una scimmia urlatrice, nera e pelosa, che a un essere umano.
Ho sognato le mie gambe una piΓΉ piccola dell’altra, appesantite dalle rigide e ingombranti scarpe ortopediche nere mentre saltavo velocemente facendo passare la corda che oscillava al di sopra della testa e dei piedi.
Ho sognato la vendetta umiliante di un compagno, sconfitto dalla mia destrezza nel gioco sentenziando che io, nelle mie condizioni, non avrei mai avuto una donna che avrebbe voluto sposarmi.
Ho sognato che schivavo con agilitΓ  il pugno rabbioso di un nemico violento di scuola che mi chiamava con un dispregiativo e volgarissimo nomignolo “zupparill” mentre colpiva la cattedra del maestro facendosi del male.
Ho sognato che riuscivo a colpire il pallone di testa prima degli altri, l’arbitro Musci basso e tarchiato, prof. di matematica ed educazione fisica, annullava il gol ritenendolo non valido per ben tre volte consecutive, non era giusto per i miei compagni che io zoppino segnassi.
Ho sognato il mio esame di educazione artistica: un bellissimo disegno dai contorni precisi e ordinati e dai tocchi leggeri, sicuri e brillanti. Una danza ritmata e di grande grazia appena sopra il pelo dell’acqua fra onde bianche e spumeggianti si esibiva un delfino con la sua naturale prestanza.
Ho sognato il mio esame di storia, parlando con scioltezza e narrazione di Camillo Benso Conte di Cavour.
Ho so gnato di giocare a buca, con le biglie di vetro e eliche colorate che vi erano imprigionate e poi, grazie alle mie mani grandi, nel gioco a “buca” ero imbattibile, vincendo le biglie piΓΉ preziose che erano quelle di marmo.
Una 128 sport verde pisello si ferma, un omone dall’aspetto gentile, alto, robusto, dagli occhi sorridenti con un sorriso largo, con una fossetta al centro del mento, era vestito tutto di nero e il colletto bianco mi invitava con garbo a raggiungerlo in canonica. Un cumulo di libri, donati da case editrici che giacevano ammucchiati per terra, al centro del sagrato di una chiesa abbandonata e pericolante. Mi chiese di aiutarlo a classificarli per genere, titoli: storia, letteratura, romanzi, narrativa, poesie, musica, saggistica. Prendere un libro alla volta, spolverarlo, leggere l’ultima di copertina e capire come posizionarlo. Un autore mi colpΓ¬, era di Troia un paese vicino al mio, aprii una pagina a caso e parlava: “della scimmia in corpo”. Noi ragazzi di paese, ancora lontani dal mondo villaggio, la droga significava essere alternativi rispetto alla cultura del villaggio mondo, quindi quella frase divenne un cult nel gruppetto di amici che frequentava la canonica.
Ho sognato di uscire con i miei amici, andare in giro per i paesi, ascoltare i concerti delle feste patronali, passeggiare su e giΓΉ per il corso, fino a quando un botto assordante richiamava la gente ad alzare gli occhi al cielo che si illumina, sibilano nell’ aria ed esplodono in meravigliosi fiori verdi, azzurri, arancio, giallo, poi ricadono in gruppi di stelle incandescenti e scoppiettanti che chiudevano finalmente la serata. Camminare, sgambettare, passeggiare, girare, vagare, arrancare, fermarsi e fare finta di essere attratto da qualcosa che dava respiro alla mia stanchezza, al mio camminare lento e al dolore che il piede equino mi procurava, fingevo di contemplare il paesaggio intorno per non fare vedere la mia stanchezza.
Ho sognato di giocare con le formiche.
Ho sognato di respirare la stessa aria che respirava Sara.
Ho sognato l’aria, il vento.
Ho sognato volutamente di perdere banconote dalla tasca in modo tale che la gente mi venisse dietro.
Ho sognato di fare l’amore…
Ogni vita Γ¨ un sogno. La mia Γ¨ stata un sognare ad occhi aperti fino a quando sei arrivata tu, ho continuato a sognare che stessi bene per me e con me.
Poi sei arrivato tu. Mi sento padre, mi sento piΓΉ adulto desideroso di donarti la vita che meriti cosi come la meritavo io.
Francesco De Gregorio

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