“Non posso rimanere il bambino che ha avuto poco e merita poco!”

Il negozio è stato per me una prigione che mi ha protetto e mi ha dato una identità sociale. È stata una prigione perché il mio corpo non era libero. Dovevo stare lì per ore. Il mio linguaggio era in base al rapporto convenzionale cliente-venditore. Sono stato bravo perché il mio negozio era la mia unica IV dimensione, mi dava un minimo di sicurezza e visibilità. Mi ha protetto. È stata una IV dimensione psicotica che poteva darmi il simbolico. Altri piani non ne aveva e non poteva darmeli. Ho paura di tornare nella gabbia dorata, ho paura a volare, adesso. Il negozio, pensandoci bene, mi ha dato anche un po’ di analogico perché mi allontanavo da tutti e tutto.
I miei genitori abitavano sopra. Mi hanno trasmesso bene il loro mondo. Al di là non potevo andare, proprio come il negozio, che era fatto a loro immagine e somiglianza, in quanto l’hanno voluto per il figlio sfortunato e che non poteva fare altri lavori.
I miei genitori hanno visto di me la mia sfortuna e, come il negozio, mi hanno chiuso nel loro benessere. Ho inviato loro tanti messaggi di insofferenza: giocavo clandestinamente, mi innamorai di una donna sposata ricambiato, sbuffavo a tutto e a tutti; le feste erano una tortura perché sentivo la pesantezza dei parenti tutti centrati sulla cultura contadina invasiva e protettiva.
Dalla mia prigione davo davo davo davo… Ai miei genitori tanto benessere economico, alle mie sorelle un corredo di eccellenza. E per me? Pochi spiccioli per caffe e sigarette. E mi bastavano, quasi non avessi diritto a niente. Se dovevo comprare un pantalone volentieri potevo attingere, non mi dicevano di no. Sono stato io che, piano piano, non ho avuto più bisogni e desideri.
La macchina non la potevo guidare, mi sono fidato di tante chiacchiere dette da mio padre che diceva che non potevo guidare e io, pigro e poco risoluto, mi sono adagiato. Il Letto di Procuste, la casiglia, mi ha costretto a vivere con una immagine di me distorta.
Mi piaceva l’arte. L’ avevo dentro ma non la vedevo perché non la potevo esprimere. A che cosa serviva il mio essere artista? A chi? “Artista” è una parola grande per me, mi sento sempre senza capacità perché tanto il mio corpo non potrà mai essere come quello degli altri.
È un corpo martoriato da operazioni e dal dolore. I piedi mi impediscono di camminare.
Mi sono cullato di questo mio essere perché la mia parte “zoppa” un po’ mi faceva anche comodo. Non dovevo confrontarmi con le donne, semplicemente perché non potevo!
La mia quarta dimensione, il negozio in primis e i miei genitori dopo, mi hanno fatto vedere un mondo statico, scandito dal trascorrere delle giornate tutte uguali dove il cibo era una pausa importante. Non volevo mangiare e invece dovevo mangiare nutrito da una mamma bambina che voleva essere nutrita essa stessa da me e dalla mia zoppia. Lei non aveva gratificazioni da mio padre per il cibo e gliele davo io. Da piccolo mia madre non mi ha potuto allattare e insiste perché io devo continuamente mangiare. Così esprime il suo amore.
Le mie sorelle sono andate via presto sposandosi con dei militari. Erano tutti ben voluti ed apprezzati e facevano feste in cui io mi sentivo un estraneo. Uno strumento che suonava per conto suo. Ho potuto sviluppare così una profondità e dolcezza e una generosità spropositata perché ero io che non avevo diritto a niente. Tutti gli altri sì. Sono diventato autistico. Troppo femminile e “comodo” per gli altri.
Mi piaceva elaborare in mezzo alla natura, vicino al fiume, accompagnato dalle mie formiche che sono state una quarta dimensione per me. Una quarta dimensione più analogica, non solo simbolica come le altre.
Con i miei genitori non ci abbracciavamo mai. Il bio-organico non esisteva. Non esiste. Se non adesso con le liti continue di due bambini ripetitive e inutili. Sono stati insieme con una progettualità molto contadina. Molto legata al sacrificio e all’efficienza. Non hanno letto niente di me. Io, adesso, li vedo come due bambini bisognosi e me ne dispiace tanto e continuo a dare tutto ciò di chi hanno bisogno.
Vorrei essere quarta dimensione per loro, facendolo per la mia crescita, non tanto per proteggerli e farmi perdonare per il mio fisico. Questa cosa non la capisco ancora bene, ma Titta e Sabrina mi hanno detto così. I miei genitori hanno meno bisogno di ciò che io credo perché hanno sempre vissuto così e non hanno mai voluto cambiare anche quando il vento di novità è soffiato anche sulle loro case.
Io devo crescere per vederli distinti da me, ma soprattutto non bambini bisognosi come loro hanno visto me, ma in funzione delle mie potenzialità che, come ha detto Mariano, stanno sotto sotto tanta cenere.
Non posso rimanere il bambino che ha avuto poco e merita poco.
Ho fatto per Sabrina una quarta dimensione per tanti anni mettendo in campo tutto me stesso. Ora desidero da lei una quarta dimensione protettiva e generosa. Me lo merito.
Questo corso TG QUA mi ha lasciato confuso e impaurito anche se, liberato dalla prigione-negozio, sento di essermi avvicinato di più alla teoria. Mi piace la spiegazione della quarta dimensione e ora me la vado a riascoltare.
Però, devo dire un’ultima cosa. Ho sofferto molto, senza mostrarlo, per la chiusura del mio negozio soprattutto perché ho visto che mio padre non c’è stato come quarta dimensione per me, ho visto, invece, come c’è sempre stato: prima i suoi bisogni e poi me. Non era d’accordo che vendessi, né che sistemassi il negozio, né che lo affittassi. Dovevo stare ancora lì.
Gli ho tolto una occasione di vita, gli ho tolto la paternità. Lui si sente ancora proprietario delle case e si è sentito tolto un potere. È bravo, un bravo uomo pauroso di tutto e che non vuole nessun cambiamento.
È stato il primo forte atto di coraggio che ho fatto verso quarte dimensioni troppo statiche per me che desidero viaggiare. Il viaggio mio è lento perché ho viaggiato molto con la fantasia, con i sogni.

Francesco

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