Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso” – 1988 –

Alcuni, che mi hanno assicurato che compreranno il libro GRAVIDANZA GEMELLARE A CIELO APERTO, mi stanno chiedendo insistentemente di ricevere qualche brano in anticipo, considerando che non si sa quando sarà concluso e stampato. Accetto questa affettuosa richiesta e proverò a farlo liberamente.
Mariano Loiacono

Anno 1988
L’Uomo a quattro dimensioni
Finalmente, dopo tanto osservare… riflettere… capire… delineare “verità di sintesi”, nel 1988 giunsi a destinazione e sperimentai la nascita del nuovo “passe-partout” a quattro dimensioni, la chiave di volta per costruire un nuovo edificio, l’auriga a cui affidare la propria carrozza ferma o desiderosa di viaggiare in maniera più specifica e globale.
Nell’88, infatti, pubblicai “L’uomo a quattro dimensioni”, un saggio per presentare il nuovo codice quadrimensionale, l’auriga che avrebbe potuto comporre gli opposti e rendere possibile una nuova e inedita prospettiva di vita, sicuramente meno a disagio.
A me sembrò che fosse uscito un libro contenente il sacro verbo, da tanto atteso. Ne stampai mille copie, ma ne riuscii a vendere in tutto 13-14 copie tra amici e curiosi. Ancora adesso, non siamo più di una dozzina ad aver familiarità con questo nuovo codice: tante sono le persone che hanno letto e approfondito quel mio saggio che, da molti anni, è ancora in attesa che qualche altro mostri attenzione o quanto meno curiosità. Purtroppo, tra quella dozzina di lettori ed estimatori, non vi sono ancora persone inserite nell’Alto Sapere, nomi importanti dei quali riportare pareri autorevoli o echi di dibattito, per convincere qualcuno in più della bontà del prodotto in questione e della convenienza a consumarlo. D’altra parte, trattandosi di codice di fresca fattura e di nuova sperimentazione, non mi è stato possibile far riferimento a lavori altrui o a precedenti ricerche, pur rendendomi conto che tale procedimento di per sé mi nega e mi negherà qualsiasi attenzione da parte del Sapere Ufficiale.
Personalmente mi sento più simile a un pioniere, il quale già sa che difficilmente potrà godere dell’altrui approvazione o compiacimento, ma tutt’al più può illudersi della simpatia dei posteri che forse su questo viottolo potranno costruire strade larghe per insediamenti prosperosi. Per costruire un viottolo, d’altra parte, non serve la quantità di presenze, ma è sufficiente la qualità dell’intuizione e della progettazione di percorsi; prima o poi, se si è nel vero, giungerà la folla e l’urbanizzazione. Ma il pioniere sa che per intanto gli sono riservate emozioni inusuali, che non sono elargibili a chi viene dopo: tracciare nuove strade e conoscere terre mai prima visitate, significa sperimentare sensazioni primogenite e tracce strutturali che appartennero all’inizio. Sento di essere un esploratore che sta per entrare in una terra fascinosa, dove sarà possibile insediare stabile dimora e godersi l’euforia del primo inurbamento.

Un seminario S.A.T. di Bologna
Prima che uscisse il saggio, approfittai di una mia andata a Bologna per un Convegno sulla schizofrenia per rivedermi col prof. Piazzi e rinfrescargli gli impegni presi, ma non ancora mantenuti. Sapevo che esigevo troppo da parte di una persona oberata di impegni: ancora una volta correvo il rischio di confondere una generica stima e disponibilità come preingredienti forti per avviare un movimento nell’ambito dei nuovi disagi che ormai erano emersi ai miei occhi senza più dubbio alcuno. Cortesemente, venne lui stesso a cercarmi al S. Orsola; gli parlai con più calore delle mie osservazioni a proposito delle dismaturità psiché e delle nuove sindromi psicotiche giovanili, ne fu interessato e fissammo un mio Seminario da tenere in estate al SAT di Bologna dal titolo “Vecchie e Nuove tipologie delle devianze giovanili”. L’unico fatto stonato, di quella mia prima andata a Bologna, fu un incalzare di dolori vivi al tarso del piede destro che mi fece girare Bologna zoppicante come un vecchietto; questa volta pensai a fatti di alimentazione e di eccessivo sovraffaticamento, anche perché un esperto reumatologo consultato all’Università di Bari parlò di “Enterite dismetabolica”. La vita a quarant’anni si sa che cambia e a me stava cambiando sostanzialmente, inaspettatamente e velocemente; l’unico vero risentimento per questo disturbo dopo i quarant’anni era il fatto che mi toglieva uno dei punti più qualificanti del mio corredo biologico: mi piaceva e riuscivo a camminare a lungo. Ma ancora una volta mi salvò da crucci e allarmi l’amica rassegnazione che sempre favorisce chi si sente in esodo e sa di avere solo in affitto questa bella carcassa.
Subito dopo gli accordi di Bologna uscì fuori un altro impegno con i Padri Comboniani, poiché il segretario della formazione della provincia italiana, dietro suggerimento di P. Palmiro, mi volle conoscere e mi coinvolse in un primo incontro a Napoli prenotandomi anche per l’Assemblea che in agosto avrebbero tenuto a Venegono Superiore. Provai una vera soddisfazione per questo coinvolgimento e mi sentii come la pietra scartata tanti anni prima che ora poteva dare una mano per ricostruire la testata d’angolo di un architrave un po’ traballante.

Nel reparto reumatologia del Gemelli
E con l’estate portai in porto ambedue gli impegni. L’incontro al SAT di Bologna andò bene a conferma di quella prima iniziazione avvenuta nell’anfiteatro del prof. Ferrari. Lì conobbi pure alcuni validi collaboratori del prof. Piazzi che oltre a fare gli universitari si sporcavano le mani, come osava dire Giovanni Pieretti, allievo del prof. Piazzi e del prof. Guidicini e con futuro assicurato di efficace capaddozio. Di diversità ce n’erano e di tempo ce ne sarebbe voluto per cominciare eventualmente a costruire una strada comune per la nuova emergenza con cui incuriosii gli intervenuti, specie il prof. Piazzi che trovava conferma di proprie convinzioni ed osservazioni nel sentirmi parlare in modo così coraggioso, così deciso, così caparbio; si trovò completamente d’accordo sul progetto, si mise dalla parte del progetto; questa sua autorevolissima presa di posizione confortò ulteriormente la mia nuova identità che ormai marciava verso una forte coscienza.
Positiva fu pure l’esperienza a Venegono, dove partecipai assieme a Giovanna, registrando tutto quello che veniva comunicato in assemblea o nei gruppi di lavoro per produrre gli Atti e una mia relazione. Nessuno mi aveva chiesto tutto quel lavoro, ma volendo intensificare la collaborazione e portarli ad una progettualità comune, mi sobbarcai di un gravoso lavoro di deregistrazione, a partire dal quale preparare gli Atti; e tutto in un tempo ristretto, abbastanza vicino alle conclusioni dei lavori assembleari e alle fresche impressioni. Non riuscii a concludere bene la relazione, perché pur facendo resistenza, mi dovetti piegare alla nuova situazione e ricoverarmi: i dolori e il blocco dei movimenti si era esteso alle caviglie, alle ginocchia, alle anche, ai polsi, soprattutto del lato di destra. D’altra parte si trattava ancora di fare la diagnosi. È proprio vero che il calzolaio va con le scarpe rotte. E così a metà autunno, dopo aver consultato anche esperti dell’Università di Siena, mi trovai a Roma nella corsia del reparto di Reumatologia del Gemelli dalla parte dei malati e di chi è in completa balìa dei medici, degli infermieri e degli apparecchi di diagnosi strumentale; mi fu riscontrata una forma di artrite reumatoide che, anche se diagnosticata e trattata con antiinfiammatori e sali d’oro, continuava a limitarmi nei movimenti e ad accompagnarmi con dolori vivi.

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