Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso” – 1988 (2) –

Alcuni, che mi hanno assicurato che compreranno il libro GRAVIDANZA GEMELLARE A CIELO APERTO, mi stanno chiedendo insistentemente di ricevere qualche brano in anticipo, considerando che non si sa quando sarà concluso e stampato. Accetto questa affettuosa richiesta e proverò a farlo liberamente.
Mariano Loiacono

MI MISI IN LETARGO
All’uscita dall’Ospedale, Giovanna mi riportò a casa in treno e lì cominciò il mio letargo d’inverno. Ormai dovevo fare i conti con una malattia che mi avrebbe fatto compagnia tutti i giorni, come una moglie fedele. Mi sentii profondamente inutile e di peso: non riuscivo a vestirmi da solo, né potevo camminare al di là di pochi spostamenti da una stanza ad un’altra; ricordavo come un sogno i tempi in cui in una sola giornata riuscivo a fare tanti chilometri e a spostarmi repentinamente da un ambiente ad un altro, da una situazione a un’altra, talora sottoponendomi ad emozioni contrapposte senza darmi neppure il tempo di recuperare o di smaltire almeno i gas di scarico di una interazione forte. Pure i polsi e le mani dovevano stare a riposo e con le braccia non potevo far sforzo alcuno, se non volevo provare un surplus di dolori: precedentemente mi alzavo sempre prima del resto della famiglia per preparare latte e caffè ma adesso, con la forza di cui potevo disporre, non riuscivo nemmeno a svitare e avvitare la macchinetta del caffè; e per non perdere la tradizione e non far vivere pesantemente la mia malattia alle figlie, mi facevo aiutare ora da una ora da un’altra che a stento si sollevavano dal letto prima di rimettersi di nuovo stese a godere gli ultimi minuti prima della levata obbligatoria e prepararsi per la scuola.
La cosa che più mi pesava, però, era il non riuscire nemmeno a scrivere perché anche piccoli spostamenti del polso mi obbligavano a sostare. E così dopo l’impotenza sperimentata nella attivazione di tante persone in quel mio vecchio progetto, ora mi trovavo a sperimentare fino al midollo l’impotenza di non poter contare nemmeno sulla prestanza del proprio corpo; che razza di macchinetta da quattro soldi, e pensare che in genere non si tiene in nessun conto la possibilità che la cinghia di trasmissione si possa rompere e ci si possa trovare parcheggiati su una sedia o in un letto col solo beneficio delle emozioni interne e dei movimenti interni alle proprie idee e alle proprie curiosità intellettuali. Mi rendevo conto di essere diventato poco affidabile e che, senza movimenti del proprio corpo e nello spazio, molte idee e progetti restano semplici finzioni e ipotesi; meno male che avevo concluso la mia sperimentazione di certe finzioni e ipotesi, perché altrimenti sarei rimasto col dubbio che quelle costruzioni solide non si erano potute realizzare per colpa di quella scalognata malattia che mi aveva messo fuori gioco. Anche per la comunità reale mi sentii ormai fuori gioco, col rischio che sarebbe presto involuta; e così mi abituai alla possibilità di lasciare quel lavoro, perché era meglio che mi separassi io piuttosto che vedermela cadere addosso come altre iniziative. E così, non avendo più nulla di attivo da fare, mi misi in letargo.

LA MEZZADRIA CON QUESTA NUOVA COMPAGNA
Nel letargo però si intorpidì la mia vitalità e senza più appendici e movimento mi sentii quasi una larva d’uomo con un segreto timore d’essere sopportato e di suscitare solo compassione e compatimenti. Questa volta provai vero sconforto e a tratti mi persi come chi non ha più speranza e mi sentii tornato ai tempi in cui ero abbozzo di persona e non sentivo nemmeno la realtà frizzicarmi attorno. Ma ancora una volta a farmi sentire in corsa fu Giovanna: pur nella malattia, sentivo che mi portava ancora lo stesso amore e lo stesso rispetto; sorrideva quando mi lamentavo con lei di questo padre generale che ora visitava un’articolazione, ora un’altra senza mai darmi tregua. A poco a poco mi convinsi che non rimaneva che accettare la mezzadria con questa nuova compagna di viaggio e, pur dimezzato nelle mie possibilità, riprendere il risveglio e imparare gradualmente a muovermi in maniera diversa nella realtà e nella mia antica progettualità. Un medico omeopata, parente di Giovanni, mi disse che avevo consumato troppe energie, non risparmiando neppure le fondamenta, e quello era il conto che l’organismo mi presentava; quanto al recupero sarebbe stato lento, ma mai totale, perché certe bruciature pizzicano sempre e anche a raffreddarsi lasciano la cicatrice. Senza dubbio un prezzo avrei dovuto pagarlo per tanti anni vissuti all’insegna di una sperimentazione attiva e totale; e quella impotenza, che ormai mi accompagnava tutti i giorni, mi stava a ricordare proprio le sfide osate e la polvere in cui ero prostrato. Ma assieme alla vigoria fisica sentivo che si era bruciato pure quel frenetico attivismo che voleva sempre e dovunque mettere le basi per quel mio progetto nato sui banchi di terza liceo; si era bruciata pure la fiducia, semplice e totale, che ogni persona fosse orientata al bene, alla progettualità purché opportunamente illuminata; si era bruciata la convinzione che le realizzazioni materiali o di strutture fossero automatica ipoteca di un processo e di un coinvolgimento; si era bruciato il baldanzoso entusiasmo di vedere realizzato, tappa dopo tappa, un processo intuito fin nei minimi particolari (le vie della storia sono imprevedibili e quelle più reclamate e battute spesso si rivelano strade bloccate, mentre strade che nessuno ha mai valorizzato e progettato si rivelano invece le vie sulle quali procedere e costruire saldamente).

 

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