“Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso” – 1987 (2) –

Alcuni, che mi hanno assicurato che compreranno il libro GRAVIDANZA GEMELLARE A CIELO APERTO, mi stanno chiedendo insistentemente di ricevere qualche brano in anticipo, considerando che non si sa quando sarà concluso e stampato. Accetto questa affettuosa richiesta e proverò a farlo liberamente.
Mariano Loiacono

Titolo senza valore
Mi resi conto che quella sceneggiata ostile della Comunità Emmaus non traeva ispirazione e sostegno dai soli fatti della “Patella”; quel raffreddamento dei rapporti veniva proprio al momento per loro più opportuno, quando si era ormai concluso il processo di definizione e sistemazione della Comunità, e non c’era più posto per gente esterna, come me, che ficcasse un po’ troppo il naso negli affari interni e nei panni sporchi della Comunità. Infatti la metodologia dell’accoglienza era ormai bell’e definita, anzi da pochi giorni avevo pure approntato una serie di schede di rilevazione e di strumenti di ricerca per attivare un osservatorio in Comunità ed elaborare i dati: schede su cui il rispettoso don Michele D.P. tollerò che sotto all’intestazione Comunità Emmaus si aggiungesse -dopo una mia imbarazzata rivendicazione- anche l’intestazione Centro di Medicina Sociale.
A parte questo mio apporto metodologico ormai concluso, c’era il fatto che le coppie, presenti in comunità per fare accoglienza, oberate di contraddizioni nel rapporto interno e col resto della comunità, si erano assestate, sedute comodamente e procedevano allo stesso ritmo di una ordinaria istituzione. Quando ci si è sistemati e ci si sente ormai intoccabili, scattano gli stessi meccanismi di inerzia, di permalosità e di senso di proprietà privata che in genere abbondano in ogni ufficio o servizio socio-sanitario.
Che la mia consulenza fosse ormai terminata e dovessi fare le valigie, me lo confermò lo strano comportamento di don Michele D.P. che non fece molto per ricucire la situazione e dare fondo alle sue arti di equilibrista; anzi, mi sentii il rapporto in tutto simile a quello già vissuto al C.M.A.S., all’epoca in cui i nuovi drogologi avevano ormai messo tenda stabile e si erano convinti che la mia consulenza fosse terminata e che avrei dovuto fare le valigie. Anche qui cominciai a sentirmi portatore di titolo senza valore, tenuto a parte di ogni decisione e possibilità di influenza.
Le resistenze crebbero ulteriormente quando proposi alla Comunità di sperimentare l’inserimento lavorativo nella loro cooperativa di qualche alcolista recuperato, tra i tanti che ormai arrivavano al Centro. Questa volta cominciarono le meline “alla patella”, da parte della Comunità, con conseguente deterioramento del rapporto a causa di queste imposizioni “esterne” che facevo alla Comunità: fino ad allora aveva a stento potuto ingaggiare a rotazione propri membri nella Cooperativa agricola e versare i contributi; d’altra parte il lavoro nei campi degli accolti aveva solo un significato ergoterapeutico e quindi non remunerabile in alcun modo.

Il feeling si era interrotto
Non sapendo sostenere questa situazione poco chiara, chiesi un incontro chiarificatorio con la Comunità intera, compreso don Nicola. Ero sicuro di poter dire tutto con fraterna franchezza, nell’estremo tentativo di non far morire la progettualità su cui tutti avevamo preso impegni e che, come non mai, era necessaria far avanzare proprio ora che i tempi si stavano incupendo oltre modo e il vecchio ordine non reggeva più. Alla fine del mio intervento, durante il quale buttai fuori tutto quello che mi sembrava giusto dire e su cui riflettere appassionatamente, don Michele D.P. con voce più lenta e vibrante del solito mi rinfacciò di aver scaricato una pioggia estremamente gratuita di invettive, cattiverie, giudizi e opinioni che avrei fatto bene a tenere per me; mi fece capire anche che, a ben pensarci. era stato un fatto poco positivo e ad effetto boomerang la presenza di un medico del servizio pubblico che in quegli anni si era messo a fianco della Comunità e non si era limitato a rispettare il mansionario previsto come direttore di un Centro, che in quella Comunità avrebbe dovuto svolgere mere funzioni sanitarie e basta. …E gli sguardi e gli interventi degli altri membri me lo confermarono quasi all’unanimità, compreso l’intervento di don Nicola che continuava a far pesare di più le confessioni segrete della “patella” rispetto alle testimonianze e documentazioni che continuavo ad esibire sulla arteriosclerosi di nonnetta doria, sulla mia seria dedizione nel progetto e sul mio onesto rapporto con la Comunità. Il feeling, insomma, si era bell’e interrotto e me ne andai con i presentimenti di chi sa che margini non ce ne sono più ma si lascia ancora qualche speranza di rinsavimento, se non altro per riconoscenza per tutti quei nove anni dedicati volontaristicamente a fare: lo psicoterapeuta di gruppo a Emmaus 1, a mie spese; il procacciatore di terreni in fitto gratuito; lo sponsor garante per amministratori politici, uffici, gente di buona volontà a me vicina; il trasportatore e venditore clandestino di uova, carciofi, pomodori, olio; il formatore gratis di operatori per una Comunità di accoglienza; il principale formulatore di una metodologia di accoglienza adeguata alla particolare struttura della Comunità; la persona amica e confidente di molti membri della Comunità, spesso bisognosi di fuoricampo; ecc.. Ma don Michele D.P. questa volta non mostrò molta diplomazia e cominciò ad uscire allo scoperto: dopo appena qualche giorno, mi fecero recapitare il comunicato conclusivo di quella inutile arrabbiata, dove si precisava e ribadiva più volte che la Comunità era autonoma nelle sue scelte da ingerenze esterne e che avrebbe selezionato lei stessa gli operatori da immettere in Comunità e dettarne funzioni e competenze.
Giovanni mi fece pesare quelle conclusioni e le addebitò in gran parte alla mia politica di tutti quegli anni di voler far crescere sempre e comunque una iniziativa che già in precedenza aveva dato segno del suo “vero” progetto, e che ora ben mi stava se mi trovavo in mano una vipera irriconoscente e velenosa. …Ben mi stava davvero! ma avrei potuto mai immaginare che pure dietro a un seguace di don Bosco si nascondevano le medesime mire di quel “garofano” di Pino? …Cambiando i fattori, il prodotto non cambia!

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