“Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso” – 1986 –

Alcuni, che mi hanno assicurato che compreranno il libro GRAVIDANZA GEMELLARE A CIELO APERTO, mi stanno chiedendo insistentemente di ricevere qualche brano in anticipo, considerando che non si sa quando sarà concluso e stampato. Accetto questa affettuosa richiesta e proverò a farlo liberamente.
Mariano Loiacono

ANNO 1986
“Villa Maria” presso il torrente Celone
L’autunno registrò due novità di rilievo. Giovanni si decise a iscriversi a Sociologia a Urbino: un po’ per titolarsi ulteriormente, un po’ perché sentiva che certe mie idee erano originali e interessanti ma andavano confrontate e sottoposte a verifica in ambienti universitari, dove le verità ricevono il crisma dell’ufficialità e dell’autorevolezza.
L’altra novità fu la proposta che mi venne fatta da una signora benestante di Castelluccio Val Maggiore, paesino dei monti Dauni, per realizzare un’iniziativa nel settore dei giovani: era vedova, senza figli e possedeva alcuni ettari di terreno e un ex frantoio con soprastante abitazione che ai tempi in cui il marito era stato vigoroso gerarca fascista aveva frantumato oliveti interi e aveva riportato ordine in tante case di piccoli contadini della zona, ma che ormai da anni era in stato di abbandono ed era stato ridotto a stalla da un affittuario che da alcuni anni si era piantato là e la faceva da padrone, nonostante le dimostranze verbali della anziana signora. Pensai quasi subito di accettare perché assieme alla Comunità Emmaus, o meglio assieme a don Nicola, avremmo potuto realizzare un ambito in cui sviluppare soprattutto la documentazione e la formazione. Mi accompagnai entusiasta a don Nicola ormai comprovato persuasore di nonnette intenzionate a far opere di bene, sentendosi ormai in procinto di lasciare questo mondo e colte da timore che il Dio dei cieli potesse infliggere loro dure sanzioni per aver tenuto tutto quel ben di dio troppo per sé. Come si sa, ci sono i ripensamenti dell’ultima ora e pure questi saranno ammessi alla vigna e pagati con eguale compenso; meno male che questa volta un po’ di ben di dio arrivava inaspettatamente pure a noi e a quell’embrione di progetto che per incarnarsi abbisognava proprio che ci pensasse qualche nonnetta in odor di partenza da questo mondo.
E così in macchina io, Nicola, Giovanna e Giovanni muovemmo entusiasti alla conquista di Villa Maria inerpicandoci con la mia Uno D sulle prime salite del Subappennino che in pochi chilometri dal Tavoliere portano in fretta ai tre paesi belli (così diciamo a Troia) di Faeto, Castelluccio e Celle. L’ex frantoio con abitazione era ben situato vicino al paese, con un bel piazzale antistante pieno di alberi che conservava ancora le tracce di tempi ormai trascorsi quando c’era spazio per viali, fiori per tutte le stagioni e piante tra cui sedersi per prendere frescura e sentire tutti quei rumori che vento e uccelli sanno improvvisare senza mai ripetersi. Poco distante dalla villa scorreva un filo d’acqua del torrente Celone che in tempi passati era stato di certo abitato e trafficato come testimoniavano quei vecchi mulini ad acqua ormai diroccati e ricettacolo delle più disparate specie animali selvatiche; alzando gli occhi si vedevano le trecento anime di Celle, comune di lingua provenzale, e più su ancora il comune di Faeto, il comune più alto della Puglia anch’esso di lingua provenzale, tutto verde per i boschi di faggio e betulle e rinomato per la sagra “de lu cajunn” (sagra del maiale)
La Fondazione Patella
Pensammo che in quei terreni e nella villa della anziana Signora avremmo anche potuto abbinare, ai corsi di formazione residenziali, maneggio e agricoltura biologica. Nacque così l’idea della Fondazione Patella: così si chiamava quella anziana signora, tanto simile alla nonnina dei biscotti Doria, che ad ogni visita ci ingolfava coi ricordi dei suoi avi, con la sua trascorsa giovinezza e con gli aneddoti di suo marito, soprannominato il duce, che l’aveva sempre considerata poco e verso il quale conservava ancora intatta quell’ambivalenza di attrazione-repulsione che ti rimane sempre per quelle persone che ti strapazzano e ti obbligano a subire violente emozioni. A dire il vero le condizioni di partenza non erano un granché: per la villa bisognava trovare un bel po’di milioni per renderla agibile; per i terreni bisognava accontentarsi di pochi ettari, alcuni dei quali erano ormai solo mezzana adibita a pascolo da pastori del luogo; se poi le cose fossero procedute secondo le sue intenzioni e aspettative avrebbe potuto lasciare successivamente e a sua discrezione gli altri terreni e la casa a tre piani dentro il paese, anche per fare un dispetto ai suoi nipoti che non la veneravano e servivano a dovere.
Si sa che pure il ben di dio non ti viene tutto subito e c’è sempre un periodo in cui bisogna prima superare la prova di quel diavolo tentatore. E chi vuol cominciare da niente deve anche sapersi accontentare di quello che ti manda la provvidenza, sapendo confidare un po’ sulle proprie risorse e un po’ fantasticando eventi che inaspettatamente ti risolvono la situazione e ti rendono possibile la scalata alla Mastro don Gesualdo.
Che questa fosse la nostra intenzione non tardai a manifestarlo e convinsi mio padre ad andare qualche mattina col pullman per cominciare a togliere tutta quell’erbaccia che si era da anni impadronita di villa Maria; ci andò volentieri un po’ perché “la pensione, dice lui, è puttana, quando ti senti ancora la forza di mettere sottosopra il mondo”, un po’ perché a Castelluccio lo conoscevano da quando faceva il cantoniere di quella strada provinciale ed ora poteva farsi vedere di nuovo in paese quasi proprietario di quella villa per meriti e bravura del suo primogenito maschio che finalmente aveva trovato la via di come farsi un po’ di roba. Gli accordi e i preparativi sembravano procedere lisci anche se in quel periodo si fecero vedere pure i nipoti della nostra benemerita che si buscarono un tantino di linguacce e un po’ di battute indispettite da parte della zia. La promessa della signora aveva dunque resistito pure al richiamo del sangue e per Natale eravamo ormai pronti a mettere nero sul bianco dal notaio.
Così col nuovo anno io e Nicola avremmo potuto finalmente realizzare quel progetto di ricerca che si ispirava alle mie idee e osservazioni e che ormai aveva calamitato pure quel pezzo grosso salesiano, come lui stesso in più occasioni mi aveva confermato e sottoscritto, deluso dalla gestione della Comunità un po’ troppo affaristica e politicamente sovvenzionata, portata avanti dall’imperterrito pigliatutto don Michele D.P… Ma la signora volle rimandare tutto a dopo S. Silvestro, perché quel tantino di superstizione, che bisogna sempre tenere in debita considerazione, faceva escludere tassativamente la conclusione dell’intesa nell’anno vecchio: per una fondazione solida ci voleva una partenza nuova, libera da vecchi riferimenti.
Attesi con trepidazione il giorno di “Maria madre di Dio” che nel nostro calendario inaugura l’anno nuovo, con la certezza che ci avrebbe regalato un bel dono, promessoci dalla nostra “Maria moglie del duce”.

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