“Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso” – 1984 (2) –

Riprendo dal 1984 quando uscì la prima edizione di droga, drogati e drogologi, e quando i drogologi casarecci…

Si svegliarono decisi a fare guerra
Anzi, com’era da aspettarsi, all’uscita del libro “Droga, drogati e drogologi” e a quei primi clamori positivi, si svegliarono i drogologi locali decisi a fare guerra. Di Pino non mi meravigliai perché, ormai che ero incudine senza potere, poteva martellare a più non posso e soddisfare le proprie istanze edipiche: si precipitò subito a rispondere con un proprio articolo per rintuzzare a tamburo battente un articolo scritto su “Controverso” da Ciro, e liquidò come fandonie ed elucubrazioni spicciole la tesi da me sostenuta circa un epocale mutamento antropologico e l’esigenza di un “Utero ψ”; anche perché disse che metodo non ne avevo, né avevo seriamente tentato di attivare e modificare la struttura del territorio. … Bontà sua! Mi meravigliò, invece, l’articolo che uscì sul “Picchio Rosso” scritto da Titti, la psicologa del C.M.A.S. di S. Severo, factotum di Fernando, che spiccava per la sua statura tarchiata, viso tozzo e voce alla mascolina: mi canzonò come Padre Mariano, Re Sole, scopritore di biochimica filosofica (la teoria del drogato come enzima di cambiamento) e tante altre pizzicate fuori luogo. E pensare che mi ero recato di persona a portare il libro in omaggio al C.M.A.S. di S. Severo e avevo ben detto che se ne poteva parlare insieme eventualmente in una presentazione; che senso aveva, dunque, quello sbeffeggiarmi così senza una seria analisi e un diretto confronto? Ma ormai, dopo le mie dimissioni da Coordinatore, avevo perso pure l’immunità che mi garantiva il posto occupato; e non ci voleva molto coraggio a colpire un indifeso che oltre tutto non aveva più nessun valore legale e nessun potenziale offensivo o di minaccia.
Ma la sorpresa, ancor più imprevedibile, fu durante la presentazione che feci a Lucera, organizzata dall’amico-collega Trincucci. Si presentarono Buffalo Bill, alias Fernando, e quel garofano di Pino. Il primo rivendicava, giustamente, il non rispetto dei confini perché quel di Lucera era di esclusiva competenza delle mandrie del C.M.A.S. di S. Severo e non si poteva parlar di droga senza la presenza o il placet dei regnanti di quelle terre. Pino approfittò anche di questa occasione per sbuggerare le posizioni di un ex drogologo casareccio che aveva voluto sollevarsi a riflessioni generali e a sentenziare futuri catastrofismi e nuova specie. E oltre ai loro interventi e varie repliche, che presero il doppio del mio tempo, riempirono il tavolo dei relatori con opuscoletti informativi, fascicoli declamatori e altri ciclostilati in proprio, approntati tutti presso il C.M.A.S. di S. Severo e da distribuire tra gli intervenuti, …come si dice “occhio per occhio, dente per dente”. Quella sera mi sentii davvero male e mi prese l’amarezza perché proprio quelli che avrebbero dovuto di più suscitare dibattito, approfittando del libro, stavano a braccarmi come cani da caccia. Ma potevo mai rinunziare alle mie riflessioni e alla mia onesta ricerca di strade più definitive, solo per delusione o crisi di identità, a causa di questi irriconoscenti contraccolpi?
Che costoro facessero sul serio, e volessero spolparsi pure l’osso, me lo confermò il fatto che qualche mese dopo mi obbligarono a recarmi al Sinedrio, dove reclamarono pubblica condanna. Il Sinedrio scelto, paradossalmente, era la Federazione Provinciale del Partito Comunista; mi presentai da solo circondato dagli operatori di tutti e due i C.M.A.S. disposti a semiciclo. L’accusa era di “spaccio ideologico”, in quanto credevo e proponevo una idea cattolico-democristiana, vale a dire il “dipartimento” per le varie tipologie di disagio; a nulla valse la mediazione di Mimì, un intelligente e sensibile funzionario di quel partito. Nonostante la mia costernazione di vedere così catalogato la mia sperimentazione di un laboratorio per l’Utero ψ, dovetti accettare il verdetto e le conseguenti sanzioni. Mi fecero prendere sacrosanto impegno che mai più avrei parlato di “dipartimento” e che soprattutto non avrei preso iniziativa alcuna in un settore, come quello della droga, in cui non avevo più nessun compito istituzionale; né potevo andare a ruota libera e predicare quel pericoloso pessimismo, avvalendomi del fatto che in quel settore avevo fatto qualche esperienziucola, per di più confusa e abortiva. Ricordo solo che all’uscita presi a male parole Titti per l’articolo canzonatorio e, per non passare alle mani e scendere nella rissa, mi feci accompagnare a casa da Mimì che voleva consolarmi perché sentiva che la mia tristezza era grande.

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