“… allora possiamo sentirci stranieri, emigranti, anche a casa nostra”

𝘐𝘯 𝘰𝘤𝘤𝘢𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 107^ 𝘎𝘪𝘰𝘳𝘯𝘢𝘵𝘢 𝘔𝘰𝘯𝘥𝘪𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘔𝘪𝘨𝘳𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘙𝘪𝘧𝘶𝘨𝘪𝘢𝘵𝘰, 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢𝘵𝘢 𝘥𝘰𝘮𝘦𝘯𝘪𝘤𝘢 26 𝘴𝘦𝘵𝘵𝘦𝘮𝘣𝘳𝘦 𝘶.𝘴. , 𝘷𝘪 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘰𝘯𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘶𝘯 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘦𝘴𝘴𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘷𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘥𝘳 𝗠𝗮𝗿𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗟𝗼𝗶𝗮𝗰𝗼𝗻𝗼 𝘴𝘶𝘭 𝘵𝘦𝘮𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘦𝘮𝘪𝘨𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘪𝘰𝘳𝘦 𝘦𝘥 𝘦𝘴𝘵𝘦𝘳𝘪𝘰𝘳𝘦, 𝘪𝘯 𝘤𝘶𝘪 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘦𝘮𝘰 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘦𝘳𝘤𝘪.

“La ‘sindrome dell’emigrante’ ce l’abbiamo tutti perché precocemente siamo usciti dal nostro Graal e allora possiamo sentirci stranieri, emigranti anche a casa nostra”.
Volendo anche rispettare le difficoltà, il dolore, le prospettive del migrante, è ovvio che il migrante lascia casa sua, ha motivi di sopravvivenza nel suo territorio per poter intravvedere di fare un Salto Quantico Precipiziale, lasciare l’arco di destra, che è proprio dove lui è nato, il suo paese e poi? E poi si tratta di andare proprio, fare un esodo, ex odos, attraversare una strada, da dove siamo nati, cresciuti, in cui probabilmente ci stavamo anche bene per emergenze, esigenze di attraversare il deserto che intercorre e tutte le prove che sono ad esso connesse.
Quindi il migrante è una categoria molto comune nella storia. Veramente anche le stesse religioni monoteiste, ebraica, cristiana e islamica, praticamente partono anche da un unico padre, il padre Abramo. Il padre Abramo qual è in momenti in cui lui diventa anche per gli altri grande? Quando ascolta dentro di sé Dio che gli dice: “Esci dalla tua terra e va’”, cioè “e va’” significa “emigra”.
La radice etimologica di “migrare” i più la vedono con l’antico slavo “mig-livu” che significa “mobile”, quindi, in un certo senso, mobilizzarsi, lasciare un qualcosa a cui si apparteneva per andare verso altro che poi diventa anche la propria abitazione. Il senso del migrare è anche il senso del viaggio, dicevo appunto le tre religioni monoteiste riconoscono il padre loro proprio in Abramo, il patriarca che ha originato tutte e tre queste religioni monoteiste. “Esci dalla tua terra e migra”, potremmo dire: “Vai, migra”.
Traduciamolo, la prima casa nostra qual è? La prima casa nostra è proprio il nostro PiraGraal, il Graal, la Piramide e il Graal, due schemi per rappresentare la struttura nostra complessa, profonda che abbiamo. E allora in questa casa ci riusciamo a stare sempre? Purtroppo no, anche perché spesso, nella famiglia di origine, la “faama”, che significa “casa”, la nostra appartenenza a quella faama diventa un letto di Procuste che ci spinge a uscire fuori dalla nostra casa ed essere autoreferenziale rispetto al nostro mondo, diventare parte marginale, gravitazionale del mondo esterno. Questo cosa è? È una migrazione, ma è una migrazione non come Abramo, per costruire, ma è una migrazione che poi origina disagio, tutte le forme di disagio per cui occorre dopo investire tanto per sanare col “battesimo di acqua” e farci esprimere anche col “battesimo di fuoco”.
Il migrante, quando parte, cosa vede? Lascia un senex, nostalgico, porterà con sé nostalgia che significa: “algìa”  dolore per il “nostos”, significa per il ritorno, come un qualcosa che viene tirato, una corda, un elastico, ma tende sempre a tornare su se stesso, potremmo dire a modo suo è una resilienza profonda, anche se io ti tolgo da questa appartenenza, però la tua tendenza è tornarci. E quindi ci sentiamo estranei, che viene da “extra”, estranei, gli altri ci vivono come nemici e li viviamo anche noi così e quindi questo attiva tutta una serie di dinamiche conflittuali.
Essere migranti non è facile e quindi oggi gli immigrati che non sono per un positivo, ma sono perché gli immigrati devono risolvere il problema di sussistenza, be’, oggi i limiti, la “sindrome del migrante” è proprio quella di non riuscire a dare un senso a quello che sta facendo, sentire algìa, dolore, voglia di tornare.
Il discorso è che nella migrazione più precoce che abbiamo avuto, che è quella che proprio i genitori o l’ambiente che ci doveva far crescere ci ha tirato fuori da noi stessi, dal nostro PiraGraal, è la migrazione che può durare tutta una vita, questo è il guaio, ci sentiamo estranei a casa nostra, ci sentiamo senza valore, senza ciò che invece è nostro e col quale andare orgogliosamente dentro la A.L.L.E. – Arena Laboratorio Labirinto Esistenziale – per esprimere il nostro potere cocreazionale, il potere commutativo.
E quindi è una migrazione profonda per tornare di nuovo a casa nostra, ad abitare quello che solo noi già siamo, il nostro Jahvè, non è per niente semplice. Quando siamo andati molto fuori o addirittura nel pozzo di Vermicino, be’, per rientrare a casa nostra e da emigranti diventare abitanti di casa nostra, ci vuole tantissimo tempo ed energie, bisogna ovviamente affrontare il battesimo di acqua, sciogliere i nodi e un po’ alla volta i nodi tirano la nostra fides-cordicella e ci mantengono fuori di noi stessi. Se sciogliamo, ovviamente riprendendo fides in noi, nella nostra placenta esistenziale, in Javhindico, allora è possibile tornare di nuovo tornare a casa nostra, fare la migrazione contraria, ma anche, per esempio, nel crossing-over, i cromosomi, parte di loro non migrano nell’uno o nell’altra, ma allora la migrazione in questo senso, fatta con un progetto, non è arricchente? E nella prospettiva della Comunità Globale non dovremmo ritornare ad essere immigranti tutti? Il pianeta non potrà essere diviso in ambito in cui sviluppare competenze diverse, quindi dovremmo preservare questi giacimenti di Me.Me., queste caratteristiche, oggi stiamo distruggendo troppe cose. Allora sì, casa mia ospita anche persone che vogliono prendersi i Me.Me. o Mediatori Metastorici, cose tipiche, caratteristiche che ho sviluppato io, il mio ambiente da cui partire.
Ebbene, questo è il senso anche del Progetto Nuova Specie che innanzitutto favorisce il tuo metterti in esodo, ex odos, significa proprio una strada che parte da dove stavo, che consideravo la mia dimora per tutta la vita, questo era la causa degli Ebrei che dopo trecento anni l’Egitto lo sentivano la propria patria ma, a partire da lì, prendere la strada per tornare nelle caratteristiche più vicine a me, ad abitare il mio PiraGraal, ma per fare tutto questo, come abbiamo detto, non è per niente automatico o semplice, ci vogliono proprio tutti questi ingredienti, innanzitutto la chiamata.
Prendiamo Abramo, qualcuno che ci spinge a riconoscere i limiti del senex in cui stiamo, ma soprattutto noi potremmo starci anche bene, farci vedere la prospettiva del nuovo, dello juvenis verso cui andare, la terra promessa e poi tutto questo implica proprio il fatto di sanare le parti nostre che sono ancora addolorate, disagiate e trovare proprio le forze, un atteggiamento ipostemologico per metterci in movimento che, se non abbiamo olio fusionale, come bene racconta l’Esodo o il Bereshit, si dice in ebraico “i nomi”, bene, l’esodo diventa difficile da fare perché ci sono tendenze del nostro senex o paure che ci portano a volerci accontentare delle cipolle d’Egitto, famosa, proverbiale questa affermazione.
E questa “sindrome del migrante” chi è che ce l’ha? Ce l’abbiamo tutti, non c’è nessuno che non ha dovuto uscire precocemente, proprio grazie alla matrioska familiare, ai buchi neri di questo contesto, è stato tirato fuori dalla forza di gravità esterna, è diventato un pianeta o un satellite attorno all’esterno e ha dimenticato di essere lui il sole del suo sistema, che produce luce e calore. Sono metafore, ma sono verosimili rispetto a ciò che ci è successo.
Per me, per esempio, è stato importante migrare dalla mia famiglia di origine, dal paese, per andare in seminario, a Sulmona in Abruzzo, nel quarto ginnasio, poi nel primo liceo a Carraia vicino Lucca. Questa migrazione quante cose buone mi ha portato! Ma quanto dolore ci stava sotto per una famiglia che non mi ha saputo, potuto, voluto accogliere! La forza del migrante è anche una forza di una disperazione di cose che non si sono potute avere e di aspetti che possono trovarsi altrove. Certo, chi ha il senso della ricerca può muoversi anche senza queste esperienze dolorose, profonde, anche se è difficile distinguerle e quindi può andare proprio perché ha sete di fare strada, del viaggio, la curiosità di procedere.
Ebbene, diciamo che non è strano sentirci migranti o stranieri. Se lo scegliamo noi, è molto semplice. Se sono gli altri a farci fare il Salto Quantico Precipiziale, ci troviamo persi nell’arco di sinistra e spesso abbiamo voglia di fermarci e di eliminarci. E invece “migrare”, significa appunto ancora “girare, essere mobile, mobilizzarsi”, è questo che insegna il C.E.U. – Ciclo Esistenziale Universale – col suo eterno ritorno. Le quattro parti – regioni, oceani, vibrazioni, armonie, etnoculture – che rappresenta sono solo quattro ambiti che deve attraversare ognuno con la propria fusionalità perché alla fine dei quali si produce uno scambio profondo, come avviene nel crossing-over, ogni sequenza genica che viene scambiata, rende unico, inedito, specifico quel cromosoma.
E allora la stanzialità può essere la soluzione? Diciamo di no. E oggi noi giriamo moltissimo nei territori, anche abbastanza velocemente, ma siamo dei migranti? No, molto spesso no, oggi, col virtuale, possiamo trasferirci dovunque, ma, probabilmente, non essere più migranti, ma diventare stanziali, che necessitano di quegli aspetti, spesso tecnologici, offerti dal faraone finanziario e questo, in un certo senso, ci fa perdere la nostra specificità e ci dovrebbe spingere nuovamente a diventare migranti.
Oggi veramente dovremmo essere più sensibili con gli immigrati, che non solo hanno questi dolori, questa nostalgia, ma noi li abbiamo anche obbligati a fare lavori che noi non vogliamo fare più prendendoli, appunto, per la gola e per le necessità.
Proprio al Villaggio ho chiesto a Yusuf di fare un po’ questo “monumento dei migranti”, che è molto bello, da una parte c’è la mamma psichiatrizzata, proprio crocifissa, potremmo dire, è una croce che blocca l’aspetto globale suo, ma l’aspetto del femminile di ognuno, l’aspetto della Donna Globale, ma dietro ho voluto che ci mettesse Mohammed, suo padre, in quanto veniva dal Marocco e allora non ha affrontato cose difficili? Attualmente non ha neanche una lapide dove è sepolto e quindi faremo anche questo … faremo, farà, lo sto spingendo perché mi sembra una cosa buona.
Sarebbe bello che oggi non confondessimo le persone nate in un contesto come migranti, se lo cambiano. La Comunità Globale dovrà avere persone che abitano quelle specificità memiche che sono i continenti, le nazioni, la flora, la fauna, il clima, le soluzioni che hanno trovato ma non dovrebbero essere caratterizzati solo da quella etnia, perché i bianchi non potrebbero gestire loro dopo essersi inculturati i Me.Me. bantu, africani, ecc.? Come vedete, stiamo parlando di cose dell’altro mondo, di migrazioni.
Io di cosa mi sono interessato? Di quelli come la mamma di Yusuf, come anche io che stavo migrando interiormente, da una soluzione, una Weltanschauung che mi alimentava, sono dovuto andare verso, migrare verso altro e la mia ricerca cosa è stata? La migrazione dalla casa-senex che occupavo e veramente sono soddisfatto perché è servita a creare una casa per chi vuole oggi sentirsi cocreonauta nel pianeta.
𝗠𝗮𝗿𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗟𝗼𝗶𝗮𝗰𝗼𝗻𝗼

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