Ultima giornata del V.I.R.U.S. marchigiano: “Un tuffo dalla diga”.

Ultima giornata del V.I.R.U.S. marchigiano. Arriviamo alla casa degli artisti dopo alcuni girovagar provocati dalle bizze del navigatore e dalla chiusura non segnalata di una strada. Siamo all’imbocco della gola del Furlo, quasi ai piedi della diga che, dai primi anni Venti del secolo scorso, sbarra il corso del fiume Candigliano. Zona di grande bellezza naturalistica, molto trafficata da viandanti e armati fin dall’antichità, al punto che i Romani (e prima di loro gli Etruschi) sentirono l’esigenza di bucare il monte con una galleria scavata dagli scalpellini dell’imperatore Vespasiano. Quel “forulum” (Furlo) fu nei secoli successivi oggetto di contesa di Goti, Bizantini e Longobardi, austriaci e soldati della Repubblica Romana e, in tempi a noi più prossimi, luogo di convegni amorosi del duce dell’impero, il cui profilo si stagliava volitivo proprio sul fianco del monte.

 

Alla casa degli artisti si arriva con una breve strada sterrata, circondata da piante e arbusti, molti con un cartellino indicatore che ne segnala le caratteristiche botaniche. Intorno, uno straordinario museo-laboratorio all’aperto costellato da decine di opere d’arte e installazioni che sembrano emergere casualmente dalla vegetazione. Andreina e Antonio ne sono gli ideatori e i promotori: marchigiani con divagazioni romane, da oltre dieci anni vivono in questo lembo della provincia pesarese in quella che – spiega Antonio – era una volta la casa dal profilo torinese degli operai addetti alla gestione e alla manutenzione dell’impianto idroelettrico. Una “manifattura” che lavorava un prodotto incorporeo ma potente come l’elettricità.

È opera di Antonio la statua della tuffatrice (“Tuffo”) installata nel 2010 proprio sulla spalletta della diga, appesa ad un sottile traliccio di acciaio, quasi un biglietto da visita per il viandante o il viaggiatore veloce che percorra oggi la strada del Furlo. Antonio e Andreina raccontano la nascita e il procedere di questa straordinaria esperienza che ha visto venire qui al Furlo centinaia di artisti che hanno dato spessore ed anima al laboratorio, in una dimensione di cultura popolare secondo la concezione di Gramsci. Un luogo dove l’arte si intreccia con la filosofia della tutela e della conservazione paesaggistica e ambientale. “L’arte è artigianato che produce cose inutili”. Antonio spiega così l’essenza della produzione artistica contemporanea che è essenzialmente concettuale, caratterizzata da una lettura plurivoca dei caratteri e dei significati.

 

 

Nella casa degli artisti si intrecciano manualità e sapienze antiche e moderne, il recupero dell’ambiente va di pari passo con il restauro dell’opera d’arte, anche di quella moderna e contemporanea che spesso, per la complessità e la novità dei materiali usati nella produzione pone nuove e inedite sfide sul piano della manutenzione e della conservazione. Mariano ricorda che la nostra esperienza quotidiana nasce dall’intreccio fra l’albero della vita e quello della conoscenza. Una rappresentazione che nella sua secolare staticità è andata in crisi nel secondo dopoguerra. L’arte è una forma di rappresentazione dell’esistenza, il disagio è il segno del distanziamento fra vita e conoscenza.

L’artista è figlio di questo disagio, è uno che mette in movimento i contesti statici. Quindi il nuovo movimento artistico contemporaneo non è una forma di rappresentazione ma è uno sbattere in faccia al mondo di oggi la crisi della visione del mondo.

La rappresentazione ci dà la misura del percorso da fare e creare arte significa riportare il disagio diffuso alla dimensione del cambiamento. Un ringraziamento a chi ci ha ospitato alla casa degli artisti e a chi ha organizzato e condotto l’iniziativa.

Lucia e Maurizio

 

 

 

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