Corso Maestrepolo, rubrica PASQUALINA: I PERCHE’ DELL’ESISTENZA. Come faccio ad accorgermi… Domanda di Moris, riscontro di Monica G.

Grazie al percorso nella Fondazione lavoriamo per mettere in relazione la nostra parte maschile a servizio di quella femminile. Ma come faccio ad accorgermi se sono diventate parti in competizione e quindi come posso rielaborare per procedere e rimetterle in armonia?

Con piacere scrivo nella rubrica dedicata a mia madre,

e con altrettanto piacere voglio scrivere applicando il quesito di MORIS ad una dinamica che ho avuto con mio padre: se fosse stata presente mia madre, mi avrebbe abbracciata dalla gioia. Non so quando il maschile diventi in competizione col femminile, però ho vissuto l’esperienza di quando una parte è troppo predominante rispetto all’altra, facendoci così vivere solo una parte del C.E.U. l’exposing o l’holding. Troppo maschile ci fa essere exposing, anello di destra, troppo femminile holding, anello di sinistra: ma come ben sappiamo suonare la stessa nota non è come un concerto.

Il week end scorso dovevo accompagnare mio padre a Macerata per fare dei raggi, quindi la mattina mi preparo per andarlo a prendere. Mi ero già sentita telefonicamente prima di vestirmi ribadendo che un’ora era il tempo sufficiente per arrivare puntuali, quindi concordo di partire alle 8,30. Passo davanti casa sua e lui non c’era già più, era già partito da solo e tra l’altro senza avvisarmi. Io mi sono arrabbiata tantissimo, quando mi sento mancare di rispetto e fiducia insieme, prevale la parte maschile di rabbia, ma ho vissuto anche la parte femminile che vedo più legata al dolore. Fatto sta che a 45 anni non si può ancora piangere per i genitori, ma veramente! La sera con Elettra, passiamo a casa di mio padre e gli chiedo cosa fosse successo. Lui ride come un bambino felice di aver fatto il dispetto alla madre. Io non ci ho visto più, la parte maschile è uscita come un vulcano, non tanto solo come rabbia, ma come maschile territoriale, desideroso di rispetto per quello che sono e per quello che faccio. Successivamente, vedendo che lui non voleva capire, gli ho dato degli schiaffi regolandomi naturalmente nella forza. Mio padre mi ha rinfacciato tante cose vecchie ed è stata una scarica reciproca.

Le cose dette da me hanno avuto un significato più profondo, soprattutto quando gli ho detto che non si fida di me, che ancora cerca la mammina, che vuole fare la vittima, prima come marito di una moglie malata, ora come padre di una figlia che lo lascia solo, che mi stava rinfacciando cose poco inerenti a quello che era successo. Alla fine mi chiede di andare via e io me ne vado. Il giorno dopo non ero ancora soddisfatta, perché sembra che il maschile ci alleggerisce, ma se non lo chiudi con un femminile, rimane la pancia aperta, così mi sentivo. In realtà nella discussione sono andata dietro alle cose che mi diceva mio padre, ma in fin dei conti le mie verità non erano solo legate a quell’episodio.

Domenica sera ritorno all’attacco, mio padre sembra aver paura di aprirmi la porta, ma io lo stupisco con una battuta e con un femminile che ha voglia di ripartire. Ribadisco che quando ero piccola passavo le domeniche in casa con mia madre che magari me le suonava pure, perché lui se ne andava a caccia o a cercare altre donne. Quindi io non mi sento di fare delle cose perché lui è mio padre, non mi interessa lo schema culturale che mi porta dentro ad un obbligo-dovere solo perché lui è mio padre. Ho proposto uno scambio in positivo, dove mio padre deve chiedermi quello che gli serve con il piacere (sforzandosi di chiedere perché non sta più dentro l’utero) e io facendo quello che posso naturalmente, sempre col piacere. Ieri l’ho accompagnato a prendere le risposte: in macchina non mi ha detto nulla sulla guida, né di andare piano, forse dire le verità gli ha fatto riprendere un po’ di fiducia, ma a parte questo c’era un’aria diversa, più vera. Sento di amare sempre più il maschile che porta aletheia, che scioglie, che libera per unire in un bel femminile.

Monica

 

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