Corso Maestrepolo, rubrica PASQUALINA: I PERCHE’ DELL’ESISTENZA. Il grano e la zizzania, osservazioni di Gianni Chiariello.

Vedrò che cosa fare da domani, mi rimboccherò le maniche e cercherò di fortificare il mio maschile e il mio femminile a servizio dell’Indico e della mia vita, per separare il grano buono dalla zizzania velenosa, per non rischiare di perdere il raccolto.

Assieme al grano cresce anche la zizzania; è questo il titolo che voglio fare a questo mio aggiornamento.

Ritengo di avere seminato bene in questo primo anno nel mio lavoro a Vicenza, cercando di trovare un equilibrio, con un costante scus e ncus, fra la mia formazione di medico (e prima di tutto uomo e persona in trattamento) con il progetto nuova specie e quella di un ambiente tradizionale qual è quello della psichiatria tradizionale infantile (tra l’altro l’ambiente vicentino è particolarmente legato alla psicofarmacologia).

Durante la mia attività ambulatoriale ho cercato di dare spazio all’ uso del corpo e delle emozioni, accanto alla teoria che ho affinato in questi anni grazie agli strumenti e al lavoro fatto di me.

Ho avuto anche riconoscimenti, soprattutto dai cosiddetti pazienti e dai loro familiari; alcuni hanno anche fatto l’esperienza del metodo alla salute attraverso i gruppi di auto-mutuo-aiuto che facciamo in associazione.

Ma veniamo alla zizzania e a chi l’ha seminata: ieri mi arriva una convocazione via mail (per oggi) del direttore dei Servizi Socio-Sanitari (qui le S sono tre, non due come nelle SS naziste) dell’azienda sanitaria per cui lavoro.

Il Direttore dei Servizi è il numero 2 dopo il Direttore Generale. Mi sono chiesto cosa fosse successo, mille domande, mille perché. Ho provato anche a chiedere il motivo della comunicazione, ma non mi è stata data nessuna risposta. Oggi pomeriggio sono stato da lui.

Mi ha riferito che alcune persone (interne all’ ambiente di lavoro) gli hanno riferito che io uso abbracciare i pazienti e che questa cosa non va assolutamente bene, perché oltre ad essere rischiosa (per la questione del Covid) è anche passibile di interpretazioni ambivalenti da parte dei pazienti stessi. E che quindi questi “atteggiamenti” vanno assolutamente evitati.

Per me è stato un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto su di me; non tanto per il contenuto della richiesta (quello forse me lo aspettavo), quanto per la fonte della informazione, cioè persone interne al mio ambiente.

Ho provato a spiegare al direttore che tanti sono stati in questo anno i rimandi positivi di famiglie che si sono sentite accolte-consolate-in empatia con me grazie al mio modo di operare e che ci sono tanti esempi in letteratura medica di come la relazione terapeuta–paziente migliora con gli abbracci, ma lui è rimasto sule sue, chiedendomi di non abbracciare più i pazienti.

Mi è venuto in mente (avendo visto il film) come si è sentito Padre Pio, quando gli fu chiesto (da parte dei suoi superiori) di non confessare e dire messa e lui rispose al padre generale: “ed io ora cosa faccio? Chi ci penserà a quelle povere anime?”

Sono frastornato; ho vissuto in questi anni professionali momenti difficili, anche peggiori di questo, lo ammetto, ma sentirsi dire che non puoi abbracciare una persona che, di fronte a te, sta male o si commuove, è stata una pugnalata per me.

Il mio codice ontologico oggi è ferito, langue, mi sento triste. E tutto questo proprio quando sento più forte dentro di me la possibilità e il desiderio di radicarmi con un mio progetto di vita a Vicenza.

Sento nella mia carne i limiti delle epistemologie tradizionali, che hanno tagliato il corpo e le emozioni dalla comunicazione e dalle relazioni.

Vedrò che cosa fare da domani, mi rimboccherò le maniche e cercherò di fortificare il mio maschile e il mio femminile a servizio dell’Indico e della mia vita, per separare il grano buona dalla zizzania velenosa, per non rischiare di perdere il raccolto.

Accetto suggerimenti (o conforti) anche dal popolo di Nuova Specie e dai maestrepoli.

Un abbraccio a tutti voi

Gianni Chiariello

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