Corso Maestrepolo, rubrica PASQUALINA: I PERCHE’ DELL’ESISTENZA. Perché si diventa timidi? Domanda di Mara, riscontro di Sabrina

Perché si diventa timidi?

Io credo che la timidezza non sia una caratteristica naturalmente insita negli umanoidi, la considero piuttosto una reazione come un’altra ad un impoverimento dovuto a mancanze e a limiti vissuti.

Io ero molto spigliata o timida, molto dipendeva dal contesto. Questa schizofrenia di comportamenti era dovuta ad una assenza assoluta di punto mitotico e di identità.

Vivevo profondamente un simbolico che non mi apparteneva per cui ero spigliata con persone che percepivo inferiori e timida con quelli che consideravo superiori come cultura o fatto estetico. A me l’aspetto estetico mi ha sempre bloccata, intimidita.

Un po’ questo meccanismo è rimasto.

Mi piace l’asimmetria e la forma di de-professionalizzazione vissuta nel Progetto Nuova Specie che, spingendoci ad esprimerci così come siamo, eliminando il confronto differenza, innalzando la specificità.  Aumentare il nostro potere fusionale ci spinge a superare le parzialità insita in una forma qualsiasi di comportamento, compreso la cosiddetta “timidezza”.

Eliminando l’errore, la paura di sbagliare, sentiamo poi il piacere di immergerci nell’oceano dell’esistenza, pur sapendo che, forse, qualcuno non ci accetterà. Impariamo, poi, a mediare tra noi stessi e l’esterno e le relazioni diventano più mature e capisci che la timidezza era un rifugio, un ancora di salvezza.

Si “sceglie” di essere timidi perché non si ha uno specchio riconoscente dalla propria famiglia di origine, ci si chiude in un mondo di sogni e di poca concretezza perché, alla base, c’è solo il desiderio di holding. Cose semplici come la vita.

La timidezza è, come ho accennato prima, l’8% del nostro iceberg che nasconde, invece, un mondo di cose non vissute, non apprezzate, non condivise.

Un comportamento “timido” non ti dà la possibilità di nutrire te stesso, è come se bloccasse il processo circolinfatico perché non sei degno neppure di esistere.

Io mi sentivo così quando ero a casa dei miei suoceri baresi. Studiavo perché avevo messo da parte emozioni vere e analogico e sentivo bloccare dentro di me comportamenti miei naturali. Mi sentivo sempre più prigioniera. Riproducevo la stessa prigionia dovuta al nutrimento della telecamera religiosa. Dove il subire è alla base della salvezza. Ero timida perché subivo, mi nutrivo di veleno e mi chiudevo la mia vita, le mie emozioni.

 

Timida ero a scuola. Non mi sentivo all’altezza. Alle scuole medie non parlavo. Neppure la voce mi usciva. Ero in un mondo che non mi apparteneva, che non conoscevo.

Per anni le emozioni le ho chiuse a chiave.

Ecco perché un contesto “libero” mi sblocca e mi nutre.

Un bipolarismo il mio vissuto per anni.

Il ridere senza motivo o voler essere per forza eccentrica, nascondevano ciò che io ero e mi vivevo in profondità perché non mi era permesso esprimere le emozioni, chi non se lo permetteva ero io stessa. Ero combattuta tra comportamento timido che subisce e comportamento gioioso che subisce lo stesso ma, almeno, si diverte.

Sabrina

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