Formichine al lavoro: distanti ma uniti ascoltando Betta.

  

Tra le varie attività, il neonato gruppo delle ‘formichine al lavoro’ si dedica anche all’ascolto del proprio gruppo di lavoro, in quanto ascoltarsi è il primo passo per potersi accompagnare e accogliere, accogliendosi.

La prima formichina ad essere ascoltata è stata la nostra cara Elisabetta. Per chi non lo sapesse è un’antenata importante del progetto Nuova Specie, quando ancora studentessa ad Urbino conobbe Mariano e dopo la laurea in sociologia, cominciò un percorso di crescita a Foggia e di supporto nelle prime fasi del progetto agli Ospedali Riuniti. In seguito, presidente dell’associazione in Sardegna dove vive e lavora.

Con Elisabetta ho avuto modo di scambiare e condividere tempo fa cose ed esperienze profonde, come l’ultima intensiva da conduttrici al D’avanzo, e il piacere di averla avuta ospite a casa mia.

Questa breve introduzione serve per dare valore e conoscere o ri-conoscere Elisabetta, per molti semplicemente Betta, come una persona dalle mille qualità umane e professionali, che si è sempre spesa senza risparmiarsi per tutto e tutti: famiglia, lavoro, volontariato, amici.

Ed è questo il punto, il bisogno di ricevere qualcosa anche se a distanza, che spinge Betta a fare già un passo importante che è quello di mettere fuori un suo bisogno, lei che è da una vita che si prende cura dei bisogni degli altri.

Arriva il giorno della diretta alla quale partecipiamo in molti, siamo entusiasti nel rivederci almeno in video, questa emergenza ci ha tolto cose anche semplici come vederci e non solo virtualmente, abbracciarci, scambiare, guardarci negli occhi.

Riusciamo ad andare oltre uno schermo simbolico, e ci arriva forte la parte analogica di Betta che col suo pianto, le sue parole esprime tutta la sua confusione e la difficoltà a spiegare la situazione che sta vivendo, alle sue spalle il suo compagno Sebastiano, che partecipa in parte alla diretta.

Betta dopo 40 giorni di isolamento, a casa sua, decide di raggiungere il suo compagno che vive con la zia di 94 anni che accudisce con difficoltà, ma al tempo stesso riconosce lo star male di Betta e fa quel che può per aiutarla, accennando, quando gli chiediamo se vuole parlare, al suo forte e difficile vissuto.

Betta non ce la fa più a fare sempre e solo la parte cammello, è una vita di tornanti, di anelli diabolici, bisogni altrui che la invadono, che non le permettono di distinguersi, di fare progetti solo suoi, una vita solo di obblighi doveri e quasi mai di spettacolo, sappiamo che non può durare e ci porta alla frantumazione.

Anche la perdita di suo padre, delle sue radici, al quale era legatissima, circa un anno e mezzo fa, ha contribuito ulteriormente al suo star male. Le circostanze in cui questa perdita avviene sono importanti per poter riuscire ad accogliere questo estremo cambiamento: se un genitore ci lascia senza aver potuto sciogliere i propri FUK, si rischia di rimanere incastrati in situazioni morula, il salto precipiziale impossibile da fare, ci si sente fermi, bloccati al solito e ormai vecchio angolo alfa dal quale non si riesce a procedere verso nuovi angoli/orizzonti.

La distanza fisica dal Villaggio e dalle persone sufficientemente cresciute, penso non le ha permesso di avere al suo fianco accompagnatori devoti, in tanti momenti di caos, di dolore, di solitudine, anzi, per quello che abbiamo potuto capire durante la diretta, Betta ha dovuto come al solito prendersi cura degli altri, lavorando duramente e in condizioni non ottimali, cercando di risolvere come ha sempre fatto problemi irrisolvibili con le sole sue forze.

Quand’è così, sappiamo che l’olio nella nostra lampada si esaurisce, non abbiamo più luce né calore per noi e per tutti, e in questo momento che chiamano “distanziamento sociale, emergenza coronavirus”, l’arena esistenziale non fa sconti a nessuno, dobbiamo essere efficienti, vigili, ubbidienti a tutte le esigenze imposte da epistemologie vecchie, ora più che mai in contrapposizione.

Per Betta è troppo, e il suo star male è così evidente che anche se sente di non aver potuto spiegare meglio cosa stava attraversando, le sue emozioni ci arrivano forti.

Tanti gli interventi, scusate se non riesco a ricordare tutto, il mio simbolico razionale o memoria dà segni di cedimento, ma provo a raccogliere almeno il senso di quello che è stato detto.

Un po’ tutti hanno consigliato a Betta di accogliere questo momento di fragilità, di difendere la sua bambina interiore dall’esterno, di farsi vedere così dalle persone intorno a lei che non sente cresciute, poiché’ sappiamo che se vogliamo essere enzima per identità dismature, dobbiamo avere il coraggio di lasciarle, di ridurci noi per far crescere gli altri. 

Il nostro potere fusionale, ciò che ci fa essere autoreferenziali, interi, lo possiamo smarrire se permettiamo, non riconoscendole, le invasioni, le colonizzazioni del nostro territorio.

Nella stupenda teoria “Fango e saggezza” che vi invito a rileggere, Mariano parla della distanza giusta che dovremmo avere con quelli che chiama “vicini pericolosi”, in primis i nostri rapporti forti che pur volendoci bene, con le loro zavorre, ci fanno inconsapevolmente male, non permettendoci di procedere

È da questi che è più difficile distinguerci, specie quando il nostro forte femminile non è supportato da un buon maschile, un maschile di nuova specie, quello che sente i propri bisogni e si autorizza a realizzarli.

Se i primi piani della nostra Piramide sono confusi, il rapporto con noi stessi non nutrito a sufficienza, il globale massimo assoggettato sempre più al faraone finanziario, ormai in tutti i campi, è sempre più difficile la realizzazione dei nostri progetti/opera.

Tutto questo vissuto anche in una prospettiva così inedita come questa “Mondemia” ci fa sentire la nostra cordicella Fides sempre più sottile e non in grado di salvarci.

Sappiamo anche che la cosa più difficile da fare è passare dalla teoria alla prassi, che l’accompagnamento, la vicinanza degli altri è un importante supporto; nel caso di Betta, come lei stessa dice, ricevere anche poco per lei abituata a dare, ad essere attiva nei confronti degli altri, è invece tanto.

Ma la parte più importante deve partire da noi, siamo noi che dobbiamo accoglierci, consolarci, prenderci cura di noi, vedere i nostri meccanismi e cercare di cambiarli, senza sentire sensi di colpa per quello che inevitabilmente toccherà anche l’esterno.

Ri-nascere a se stessi è come un parto: le spinte, gli aiuti, possiamo anche averli ma siamo noi, è il nostro corpo che deve partorire da solo nuove nascite del nostro Jahvè, di quello che solo noi siamo, specifici, unici, co-creatori di questa Gravidanza Universale.

Forza formichina Elisabetta!

#andràtuttobene #insiemecelafaremo

Ti vogliamo tanto BENE!

Rita


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