“…giocavi indisturbato con le tue brachette corte e i riccioli che ti incorniciavano il viso…”

È stato bello, per entrambi, esserci
conosciuti come padre e figlia in questo viaggio esistenziale, in un diacronico
da cui ti sei allontanato sette anni fa, per iniziare un sincronico che, forse,
ti ha riportato a te, alla tua essenza.

Sento il dolore della tua assenza, pur
avendoti dentro di me. 

Ti ho ritrovato, questa estate,
passeggiando per il tuo paese, Sant’Agata di Puglia! Ho sentito il tuo profumo,
il tuo godere delle piccole cose, comprese le passeggiate sulla piazza e il tuo
fischiettarci da lì su, per dirci che saresti rientrato presto, oppure per
chiederci se ci serviva la frutta o il latte. Ci siamo fatti compagnia, insieme
al movimento di una estate diversa per me; era come se tu mi aiutassi a
collocarmi al centro di me stessa, per ascoltare il mio respiro, insieme a te,
che mi cullavi. Ti sei fatto conoscere poco da me, imprigionato come eri in
schemi culturali e restrizioni di obblighi doveri, che hanno incatenato la tua
scintilla vitale, la tua vera natura. Sei stato l’esempio in cui la cultura in
cui sei vissuto, l’hai fatta coincidere esattamente con la tua
natura. Anni fa, nei primi momenti di sofferenza, mi scagliavo contro di
te e la tua chiusura. Mi dicevano che, a quei tempi, era così: la mentalità era
quella. Spiegazioni assurde e banali per una come me, assetata di conoscenza e
di sapere profondo. Era normale, vivere così ma, profondamente
ingiusto. Molta gente ha vissuto incatenata, come te, e sembrava felice e
realizzata. Tu eri triste e, l’allontanarti dal tuo paese ti ha liberato da
costrizioni culturali, ma ti ha fatto anche perdere te stesso…
Lentamente. Avevi paura dell’ignoto perché avevi sofferto molto durante
l’infanzia. Una sofferenza mai elaborata e taciuta, anche a noi figli,
correttamente allineata con il tuo bisogno di non rendere palesi i tuoi
desideri o le ingiustizie subite. La mia vita è stata un cercare di non
tradirti, di cercare una strada per raggiungerti, per sentirti, per elaborare
insieme il tuo dolore, causato dalla morte prematura del tuo papà avvenuta, quando
avevi solo due anni e tu, nonostante i pianti e gli strilli di tua madre che,
insieme alla sofferenza per la grande perdita, metteva alla luce il suo settimo
figlio, giocavi indisturbato con le tue brachette corte e i riccioli che ti
incorniciavano il viso. Nonna non voleva sfamare l’ultima nata e,
nonostante l’avesse chiamata come il defunto marito, Michelina, non l’amò
subito, decise di non allattarla, fino a quando non la
costrinsero.  Voi, piccolini, vi rendeste conto di ciò che stava
succedendo quando, insieme ai tuoi fratelli e sorelle, andaste da vostra madre
per chiedere qualcosa da mangiare. Non c’era niente. Dì lì il tuo grande amore
per i poveri, insieme alla paura di spendere dei soldi per qualsiasi
cosa.  Paura di rimanere senza un quattrino, paura di non avere neppure
una arancia per fare una insalata con le olive essiccate al sole. Da queste
paure non ne sei uscito più. La tua generosità verso il prossimo l’abbiamo
vissuta, e anche un po’ subita, noi figlie quando i tuoi alunni venivano ad
invadere casa nostra, per avere qualcosa da mangiare e tu, tra una lezione
pomeridiana, per dare una mano ai più svogliati, e un rimprovero, ci obbligavi
a dividere la merenda fatta di pane e nutella oppure pane e zucchero.

                                                      

 Le fette
che preparavi erano più piccole per noi, perché gli altri erano più bisognosi
anche la nutella doveva durare fino alla vostra nuova andata a Foggia, dove
vendevano il dolce proibito in barattoloni di metallo che, poi, servivano come
porta biscotti. Sei nato nel lutto e nella fame e hai sviluppato una forte
generosità che mi hai trasmesso, come dono regalo, nella dote da sposa e da
donna. Una generosità che, poi, ho dovuto equilibrare con l’esterno come molte,
forse, troppe cose mie. Sant’Agata bella e ostile. Ci ha regalato un sogno
di protezione infinita ma, anche, di poche possibilità di crescita e di
scambio. Era ciò che nostra madre voleva per noi, palestre, pianoforte, cinema…
Ma io e Cinzia eravamo come te, sobrie, amavano, invece, accucciarci sotto le
coperte per ricostruire l’utero santagatese che ci ha protette ma, anche
allontanate da una realtà esterna che ci ha imposto, in tal modo, per anni di
non sentirci all’altezza. Mio padre crebbe con Don Remigio, cognato di
nonna, che gli impose divieti fortissimi e castrazioni dittatoriali, in cambio
di un piatto caldo e la possibilità di studiare. Mia nonna continuava a
lavorare, per cognate ricche, che la mandavano a lavare i panni alla fontana
vecchia per poche lire sicure e oneste. Le sorelle zia Marianna, zia Bice, zia
Michelina, sono vissute con la paura di commettere errori e con la
rassegnazione di donne destinate anche ad un matrimonio senza amore. Hanno
tutte vissuto nel lutto, ognuna sviluppando parti diverse ma, sempre e
profondamente rispettose della Santa Madre Chiesa. Dovevano molto allo zio
prete e avevano capito, sin da subito, che il loro compito era
ubbidire. Mio padre avrebbe voluto ribellarsi a questo ordine prestabilito,
non ha mai avuto il coraggio di farlo.  So che dentro di lui c’era una
sete di conoscenza che poi riversò negli studi della geografia e della storia.
Leggeva e rileggeva quei libri ma, non sapeva andare oltre, nessuno gli aveva
donato la strada per una conoscenza più globale e profonda. È quello che
sto facendo io, papà, anche per te. Solo così posso spezzare le catene che ci
tengono ancora imprigionate a luoghi comuni che non saziano più nessuno e
questa pandemia ce lo sta facendo vedere. L’esistenza ha bisogno di tornare
alle origini, da dove è partita la vita, dal viaggio a ritroso che tutti noi
abbiamo fatto nell’utero materno. Non far finta di non capire perché eri il
solo che ascoltavi i miei scritti, quando il pomeriggio te li leggevo per
telefono e mi apprezzavi senza sbilanciarti troppo perché tu non avevi avuto un
padre, ma solo uno zio che ti va raddrizzato, se pur con buone
intenzioni. Il secondo grande lutto tuo è stata la perdita di un occhio,
non avvenuta come garzone, come qualcuno ciancia ma, per riparare la ruota di
una vecchia bici di tuo cugino. La tua postura, sin da allora, fu quella
di coprirti l’occhio; perché il tuo dolore, la tua sofferenza non l’avevi mai
elaborata, se lo avessi fatto, avresti mostrato, con molta dignità, ciò che a
cui avevi sopravvissuto. Non potevi cedere e far vedere apertamente la tua
fragilità. Sant’Agata, amata e odiata nella nostra famiglia, sacrificando
il buon senso di non creare in me una schizofrenia di amore tra te e mamma. Un
non voler deludere uno e non voler far soffrire l’altro. E lì mi sono persa in
un simbolico che non mi apparteneva e, in cui, non mi sono mai
ritrovata. Ci sono voluti tanti momenti di sofferenza, tanti
attraversamenti del negativo, per sentirmi sufficientemente autorevole e un po’
più auto-referenziale. Tutto il mondo, se non evolve e cresce, con umiltà
è destinato a dare alle proprie discendenze catene sempre più forti. Chi ha
scelto di sconfiggere l’esterno con la rabbia, raccoglierà briciole. Chi ha
scelto di stare nel proprio orticello, si sentirà sempre più stretto e non
scoprirà mai la bellezza di un FUI perché, piccole cose diventeranno eterne e
non si moltiplicheranno. Lo dice la Bibbia. Lo capisce maggiormente chi ha
un sapere globale. 

Ringrazio il Progetto Nuova Specie, la
Fondazione Nuova Specie e il suo Presidente, dottor Mariano Loiacono, perché
hanno dato un senso alla mia vita, mi hanno avvicinato ad un sapere globale, mi
hanno spinto verso di te, maestro Ciccillo. 


Sabrina

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