Giusi: dal diario dei ricordi del Rainbow.

Sono in ufficio, ho appena finito di mangiare e sono in attesa di incontrare mia cugina che è appena tornata da un viaggio di 15 giorni in India.
Sapesse il viaggio che ho fatto io in questi giorni, un viaggio inedito e profondo che mi ha fatto vivere un holding dai sapori nuovi ma certamente da me desiderati nella mia storia antica ma anche contemporanea.

Per immergermi, non che ne avessi bisogno, ho messo su una playlist delle musiche che ossessivamente abbiamo ascoltato al progetto e che per me sono diventate anche queste accompagnatrici in questa ricerca di un fusionale che spesso disperdo pur sentendone il bisogno.

La musica è stata una modalità per accogliermi e accoglierci, ci ha aiutato ad immergerci in una dimensione metastorica, una sorta di colonna sonora che ha facilitato lo spingersi verso nuovi angoli pi-greco, ad attraversare seppur con dubbi e paure una nuova ipotesi di Quadrangolare.

Un mese fa di certo non ci pensavo di partecipare al progetto Rainbow perché sentivo che il mio ordinario già era pieno di tante cose da fare, da emergenze lavorative e non da risolvere, da questa forma di stanchezza che mi porto dietro da un anno circa causa tutta la fatica dell’albero della vita.

Eppure, fermarsi è sempre così difficile, penso sempre che non me lo merito e che non posso lasciare l’ordinario sennò chissà che succede qua. È stato parlando con R. un mese fa circa che ho selezionato, grazie al suo avermi spinto dolcemente, di partecipare al progetto Rainbow. In realtà è un anno che gli promettevo di partecipare al Rainbow come coordinatrice e puntualmente ogni volta a scadenza, rimandavo.

Insomma, ho sempre trovato un motivo-scusa per non partecipare a questo progetto che secondo me ha davvero delle caratteristiche che aiutano ad immergersi nella propria storia e a vedere come attivare degli spin, dei cambiamenti per provare a transitare o comunque a vivere meglio un po’ su tutti i piani della piramide.
Una volta però selezionato di parteciparvi, il lunedì ho parlato con mio padre che mi ha dato il via libera, rendendomi come spesso fa le cose più semplici di come io me le rappresento. A volte mi dispiace vederlo che ancora lavora tanto e che magari avrebbe più lui bisogno di riposo e di rigenerarsi rispetto a me ma fintanto che non lo seleziona perché non devo farlo io per me?

Mi riconosco che sono comunque una persona responsabile che non ama lasciare gli altri nei casini, mi riferisco al lavoro in particolare. Anche G. si è offerto di aiutarmi per farmi partire più leggera e questo l’ho apprezzato anche perché una delle cose che mi appesantiva era una scadenza di rendicontazione di un progetto che scade a fine novembre.
L’ultimo anno trascorso è stato davvero troppo pieno di Vita… troppe emergenze, traslochi, lavori, scazzi… insomma tanto “cesso”, tanto negativo e sempre poca “cucina” per me che poi mi ritrovo a consolarmi con il cibo che per fortuna non delude mai ed è sempre lì a mia disposizione, a curare i miei dolori, le mie tristezze e a ricaricarmi.
Tra settembre e ottobre, dopo una serie di scontri verbali avvenuti con persone per me significative, mi sentivo davvero piena di merda ma anche svuotata, senza prospettive rispetto proprio a come relazionarmi rispetto agli altri, non riuscivo a capire proprio come muovermi, mi sembrava che tutto quello che facessi fosse sbagliato o comunque male interpretato.
Pensavo che dismettere i panni di quella che fa da “utero” per gli altri fosse più semplice e che quindi anche mostrare agli altri un’altra parte di me, cosa che tra l’altro in tanti mi hanno sempre spinto a fare, sarebbe stato più semplice e avrebbe portato frutti a me e alle mie relazioni.
Così non è stato. Anche perché probabilmente prima di arrivare a mettere insieme femminile e maschile in un nuovo equilibrio, avrei dovuto capire io dove ero collocata, fermarmi, ascoltare il mio stato quiete, provare a leggere, facendo un “blow up” approfondito del mio stato.

In questo sento che questi giorni trascorsi al progetto sono stati fondamentali; in realtà già da quando ho deciso di partire in me è nato spontanea questa spinta a puntare i riflettori su di me e non su altro.

Tutto attorno a me è diventato relativo ma non nel senso che non mi fregava dell’esterno ma che dentro di me si è accesa una lampadina che illuminava me e la mia storia specifica che non è sempre e solo in funzione dell’esterno. Ho cominciato a ridimensionare un po’ tutti i piani della piramide e a concentrarmi sul rapporto con me stessa che è quello che ancora mi manda più in crisi, perché ancora sento che a tratti dentro di me la mia linfa non scorre fluida.
Inoltre, in questo sentivo che il Rainbow mi facilitava anche perché, a parte S. e R., sentivo che non c’erano per me persone significative con cui avevo una relazione profonda quindi in questo mi sono sentita alleggerita anche rispetto alle aspettative che altri potevano avere verso di me.
Perché un altro mio limite è proprio quello di attivare e rispondere alle aspettative altrui anche quando queste non sono palesi nei miei confronti, nel senso che mi muovo verso l’altro proprio per non deludere e magari elemosinare attenzioni o sentire che gli altri mi vogliono bene.
Diciamo che questa modalità, avendola inquadrata da subito nel mio percorso, ho cercato di ridimensionarla anche perché fare cucina per gli altri non genera relazioni paritarie ma asimmetriche dove le forze che si mettono in campo non si invertono mai. Nonostante le tante rielaborazioni però sento che ancora ricado e mi faccio fregare e questo succede soprattutto quando non sono in contatto con me e la mia fusionalità che è solo mia e che mi nutre e mi fa stare bene, senza bisogno di fare, di muovermi o di mangiare.

La mattina che sono partita da Bari con il treno ero felice, emozionata perché la prima dinamica per me importante era proprio quella di prendere il treno e iniziare questo viaggio da sola, con un bagaglio ridotto ed essenziale. Ho sentito che quello che mi serviva era dentro di me e che sarebbe stato un viaggio anche nella sobrietà e essenzialità. Sì perché per stare bene davvero serve poco.
Avevo già deciso che all’arrivo al villaggio avrei spento il cellulare che è il più grande invasore della mia vita perché ti porta a renderti sempre reperibile e disponibile e non aiuta ad immergersi in altro di più profondo. Pur essendo una viaggiatrice, nel treno ero emozionata e anche con qualche paura, nonostante si trattasse di un viaggio di un’ora circa, ma mi sentivo come osservata, sentivo che la gente mi guardava come se fossi diversa da loro… Lasciare il certo per l’incerto, fare questo salto precipiziale, lanciarmi in qualcosa di inedito… avevo un grande desiderio di buttarmi nel vuoto ma ero anche agitata. La stessa sensazione mi era capitata leggendo i nomi dei partecipanti al progetto.
E’ stato bello anche prendere la corriera che da Foggia mi ha portato a Troia, appena scesa ha iniziato a piovere ma in modo cosi leggero che le gocce sembravano quasi carezze… All’ingresso del villaggio ho mandato un ultimo messaggio a C. e ho spento il cellulare. 

Ho sentito dentro di me che iniziava a farsi spazio un koilos (cielo) tutto per me, che finalmente potevo perdermi dentro di me e le mie sensazioni senza dover controllare e badare a qualcosa.
Sono salita ed entrata nella stanza dove il gruppo aveva già iniziato la mattinata.
Quando sono entrata tutti mi hanno accolto facendomi festa, io imbarazzata ho preso posto in fondo alla sala. Pur essendo il villaggio per me una seconda casa, mi sentivo spaesata e fuori posto.
E così è iniziato questo viaggio, guardandomi incontro ho sentito che la partita da giocare era la mia e che se avessi voluto rendermi protagonista avrei dovuto spingermi.
I primi due giorni sono stati complicati perché non sono riuscita a riposare quasi per niente la notte perché il mio sonno è molto leggero e ogni minimo movimento altrui mi svegliava; inoltre era già una settimana che non mangiavo la sera e quindi tra stomaco vuoto, mancanza di sonno e inquietudine sono entrata in una dimensione/sindrome che io ho chiamato da “foglio bianco”. Come quando devi scrivere un tema e non sai cosa dire e hai come un blackout nella testa.
Poi ci ho un po’ pensato e in realtà il foglio bianco era proprio necessario per fare vuoto… ed è una condizione di transizione, una sorta di salotto-SOL o più semplicemente uno STAND BY per capire quale direzione prendere.

Io l’ho proprio desiderato il foglio bianco, il vuoto e questo si è manifestato anche nel mio non dormire, non mangiare e stare, nei primi giorni, come una spettatrice.
Sono sempre presente e partecipe nella mia vita ma non riuscivo a mettermi in dinamica.
Anche le storie degli altri che ascoltavo, le dinamiche non riuscivano a scuotermi, mi sentivo distante da tutto e tutti. Una sorta di stato contemplativo riflessivo che però pur facendomi strano non mi dispiaceva. Una sorta di anestesia.
In questo ho sentito che i coordinatori mi hanno molto rispettato e accolto facendomi sentire che potevo anche stare così ma che comunque se avessi voluto ci sarebbe stato anche il posto per me.
Quindi i primi giorni sono stata un po’ cosi, come ad osservare l’esterno ma anche cercare di ascoltare il mio stato.
I giorni a venire ho sentito che lentamente il mio corpo entrava più in relazione con l’esterno e questo grazie al rito e al body painting che abbiamo fatto e che mi ha permesso in qualche modo di provare piacere e gioia nel sentire il mio corpo e percepirlo finalmente bello, armonico e questo anche grazie agli specchi riconoscenti che altri mi hanno fatto e che io ancora mi vivo come dono/regalo manco fosse una concessione che l’esterno mi fa e che io non mi riconosco.

Vedermi dipinta che un’africana, alzarmi e ballare è stato per me davvero importante perché il mio corpo da sempre l’ho più utilizzato per difendermi dall’esterno o svendermi allo stesso. E invece ho iniziato da un po’ a percepirlo come un corpo a cui voglio bene, che mi rappresenta e che non vorrei fosse diverso da come è. Certo mi piacerebbe sentirlo e vivermelo con più sobrietà perché sento che anche del cibo non ne ha più bisogno come prima, che si può concedere di godere, di farsi vedere, di essere accolto ma prima di tutto da me.

A volte quando mi accarezzo o lo guardo mi emoziono, in particolare quando guardo le mie mani che sento sono cambiate tanto negli ultimi dieci anni o anche le mie gambe che nel tempo ho imparato ad amare perché mi hanno trasportato sino qui e che mi concedono tante cose belle tra cui ballare.
In questo progetto mi sono tanto concessa di ballare, di danzare senza vergogna, senza paura del giudizio ma proprio con la gioia di esprimere anche con il movimento la linfa che ho dentro e la sentivo fluire, fluire…
In questo è stata per me molto importante la dinamica del tango argentino ovvero che una sera, mi pare fosse giovedì della prima settimana, abbiamo improvvisato una lezione di tango tenuta da P.
È una cosa che è nata spontanea e dopo i primi minuti siamo rimasti a tentare il tango solo io e M. che conoscevo solo di vista e P. che pazientemente ci ha condotti in questa lezione che è durata tutta la serata.
Per me è stato importante quindi entrare nell’analogico (corpo) ma questa volta in dinamica con altri corpi. Ho sentito che di fronte a me c’era prima di tutto una persona alla pari che non doveva né condurmi né che io dovevo condurre ma che entrambi eravamo parte della dinamica e che per procedere le forze dovevano muoversi insieme. Pur non avendo confidenza con M. mi è sembrato naturale ballare con lui forse anche perché ho sentito che era una presenza positiva, una persona dolce che voleva sperimentarsi. Sicuramente il tango mi ha accompagnato in questi giorni, appena avevamo un attimo di tempo ballavamo, anche nel corridoio e improvvisando la musica mettendola sul cellulare, con la gente che ci guardava stranita. 

Ballare mi ha aiutato anche a scendere rispetto al rapporto con i gruppi, a decidere che, pur non essendoci persone per me significative, avrei potuto trovare un holding per me, uno spazio per me dove poter prendere delle cose anche per me. Cosa ancora non mi era chiaro ma ho sentito, anche relazionandomi con M. e P. che c’era anche posto per me.

Rispetto al mio analogico e al mio corpo sicuramente i giorni trascorsi al Rainbow mi hanno anche spinto dolcemente a sentire quanto io abbia davvero poco bisogno di mangiare e che questa soluzione storica che a tratti si ripresenta è proprio il segnale di troppo exposing che faccio per qualcosa che è fuori di me.
È proprio il sintomo che qualcosa non gira nel verso giusto. Solo che siamo bravi a vedere i sintomi e soluzioni degli altri ma quando si tratta dei nostri, siamo bravissimi a giustificarci.
Durante queste due settimane non avevo proprio appetito, mangiavo a mala pena a pranzo quello che mi andava ma senza mai eccedere. E per me questo è stato davvero uno sballo. Certamente mi sono nutrita di altro, di me, di un tempo fatto di relazioni simmetriche, di ascolto, di emozioni, di livelli di cui sento la necessità anche nell’ordinario ma spesso non riesco a vivermi come vorrei.

Mi sono davvero svuotata di tutto e tutti e ci ho messo giorni prima di capire di cosa avessi desiderio e bisogno.
E qui anche ho visto tutte le mie difficoltà quando si tratta di prendermi delle cose per me, dei desideri, dei bisogni che vorrei soddisfare ma non mi autorizzo a chiedere.
Avevo ad esempio desiderio di vivermi qualcosa di adolescenziale, perché nonostante tutto, la mia adolescenza è stata anche spensierata, le amicizie seppur parziali mi hanno tanto aiutato a transitare in quegli anni anche difficili per la mia famiglia ma di qui a dirlo proprio non riuscivo.
Sentivo che mi avrebbe fatto bene anche provare ad alleggerirmi un po’ dei pesi che sentivo di aver portato negli ultimi tempi ma non sapevo da dove cominciare.
In realtà in questo mi sono stati tanto utili e complici sia M. che M. con i quali pur non avendo una relazione storica, mi sono trovata molto bene e insieme penso ci siamo accompagnati anche a godere di questa parte di spensieratezza che anche deve essere presente nell’arena esistenziale altrimenti che vita è? Solo fatta di doveri, impegni, problemi?

Con loro due ho proprio vissuto una parte che anche da un po’ mi mancava e che riguardava la relazione con i maschi ma in una dimensione amicale, di stare insieme così, per il piacere di raccontarsi, conoscersi e viversi senza troppo razionale, lo spettacolo dello stare insieme, facendo cose semplici.
In realtà questo livello l’ho vissuto anche con altre persone e anche con tante donne che erano presenti al progetto.

In questo sento che in questa fase della mia vita, le donne, forse anche per il rapporto che ho avuto con mia madre, non le sento necessarie, anche perché hanno tanto caratterizzato la mia storia; ho sempre avuto tante, troppe amiche che mi hanno sicuramente aiutato a vivermi una dinamica metastorica alla ricerca di mia madre e anche del mio femminile ma oggi sento che sto rielaborando forse il rapporto con i maschi della mia famiglia d’origine e lo scambio con altri maschi mi sta aiutando a rimarginare alcune ferite/limiti che mi porto dietro e a sentire una nuova prospettiva anche rispetto ai maschi della mia famiglia.

E in questo per me sono state molto importanti le scialuppe che ho fatto, dove ho potuto sia dedicarmi ad altre persone (M.) portandomi ed esprimendomi su codici e livelli che sento un po’ fermi e bloccati nel mio ordinario e che si riferiscono in particolare all’imbarazzo che sento ancora nell’incontrare i corpi di mio padre e mio fratello. In questo sento che in particolare con M. e M. ma anche con R., P., A. ed altri mi sono autorizzata tanto ad abbracciare, incontrare con naturalezza corpi di uomini per il piacere dello scambio fine a se stesso senza confusioni o altro. Questo per me è stato davvero una dinamica importante che ancora di più mi ha fatto sentire il mio valore come donna che accoglie ma anche che si sa far accogliere, che sa mettere a disposizione delle vite il suo femminile ma anche che può trovare un femminile per sé anche in maschi che incontra nel suo percorso. 

 

Questa cosa di potermi sentire al centro di me e quindi in contatto anche con la mia parte più fusionale ancora forse ha bisogno dell’aiuto dell’esterno, certo un esterno devoto come è successo anche nella scialuppa dedicata a me, dove ho sentito che veramente le persone che erano presenti tenevano alla mia vita e per questo sento che, ciascuno in maniera specifica, ha fatto la sua parte.
È stato bellissimo, nonostante l’imbarazzo iniziale dello stare al centro, vivermi la mia scialuppa in cui centrale è stato iniziare a vivermi l’analogico, quindi il mio corpo, la mia voce, il calore che emano ma anche il mio imbarazzo e la vergogna… sento che è stato un inizio e che probabilmente è un livello che vorrei ancora approfondire, che trattiene tante parti mie che negli anni sono state congelate. Potrà non sembrare all’esterno che è cosi ma vorrei vivermi il mio corpo con ancora più naturalezza sentendomi degna e orgogliosa per quello che già è.

Per me davvero è stato importante sperimentarmi nel tempo e nello spazio del progetto e sentire che posso esistere in ogni dove, che pur avendo avuto tante soluzioni in 42 anni, io riesco a stare nell’arena esistenziale a partire da me e sto imparando a vivere prima di tutto il rapporto con me stessa. Certo ancora sento che per autorizzarmi in alcune cose faccio fatica, ancora, nonostante 10 anni di percorso, quando mi chiamano a parlare o a stare al centro dell’attenzione, mi fa fatica e mi vergogno ma sento che anche la conduzione del prossimo progetto Rainbow a febbraio mi potrà aiutare ad autorizzarmi di più. 

Sicuramente dei passi in più sono stati fatti e in questo è davvero stato importante confrontarmi con tante persone, S. con cui sento che la relazione cresce ogni volta di più e che per certi versi anche solo osservandoci ci diamo forza, S. che ho potuto conoscere meglio e che mi ha fatto tanto da specchio riconoscente rispetto al mio corpo, S. e la sua ironia che riconosco anche come una mia parte, O. che sento molto vicina anche per il suo essere una ballerina delle profondità e tanti altri, si perché in realtà in questo progetto ho sentito che camminavamo tutti insieme verso le nostre specifiche direzioni, che nessuno veniva lasciato indietro o meglio che ciascuno procedeva a partire dalla sua specifica direzione.
Non so bene come spiegare questa cosa ma io l’ho sentita cosi, anche nei momenti più di transizione, nei momenti di teoria fatti con Mariano, ogni tanto alzavo gli occhi verso la sala del Sole globale e vedevo che eravamo tutti là ad ascoltare.

Non per ultimo vorrei ringraziare il Villaggio quadrimensionale perché mi ha aiutato a sentirmi a casa… l’altro giorno che ci sono ritornata per la festa della GUK, ho sentito che il villaggio aveva davvero un sapore metastorico e che possono avvenire dei passaggi importanti per ciascuno di noi al suo interno.
Ancora grazie a tutti, ai coordinatori che sono stati davvero un bel gruppo di lavoro, ciascuno partendo dalla propria sensibilità e dalla capacità di creare e co-creare insieme, ai coordinatori del progetto sereno, ai cuochi… 

Insomma, ci rivediamo a febbraio per chi ci sarà, a me tocca coordinare e provare a sperimentarmi stando dall’altra parte. Sono certa che le competenze che ho acquisito durante il Rainbow mi aiuteranno a vivere sempre più a partire da me. Mi faccio un applauso di incoraggiamento e lo faccio a ciascuno di voi. Vi voglio tanto bene.


Giusi

 

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