XI Edizione del Progetto Rainbow: “Come trasformare le scene primarie in un insieme femminile-maschile”. Racconti di viaggio dai diari di bordo dei Rainbownauti.

25 settembre 2017: prima giornata

Il 25 settembre 2017 inizia l’XI edizione del Rainbow. L’accoglienza è prevista per le 10:30, ma i partecipanti arrivano alla spicciolata.

Chi è riuscito ad arrivare in mattinata ha potuto godere della presentazione, da parte di Giuseppina, del Progetto e del territorio che lo ospita.

Poi è stata fatta una passeggiata per ammirare il ponte Tibetano “Il ponte alla luna”, attrazione del luogo.

Chi, invece, si è perso… tra i lupi… è arrivato giusto per il pranzo, preparato da Teresa, la mamma di Giuseppina.

Nel pomeriggio alle 16.30 sono iniziate le presentazioni da cui sono emerse le prime emozioni, manifestate sia con le parole sia con il corpo in un cerchio di abbracci stretti stretti.

Dopo la cena, i ragazzi sono andati in camera a guardare un bel film, mentre alcuni adulti sono andati a riposare, altri a fare musica ed altri ancora a scrivere questo post.

Patrizia e Rosalba

26 settembre 2017: seconda giornata

La giornata inizia con l’alleggerimento di un ballo ritmato. 

Si parte con i primi due giorni, difficili ed impegnativi, perché nulla è dato per scontato. 

Ci sono le resistenze della convivenza che l’epistemologia ci fa vedere nell’identità Padre, che è forte.

I primi due giorni sono paragonati al viaggio per attraversare le Colonne d’Ercole che storicamente sono ubicate nello stretto di Gibilterra: Colombo è stato il primo ad attraversarle, quindi a superare i confini del Mare Nostro, oltre il quale c’era l’ignoto. 

Nel viaggio della vita, se superiamo le Colonne d’Ercole, emerge il negativo che rende visibili i nostri nodi. 

Le esperienze nel Rainbow vengono vissute con tutti i codici. 

La prima rotta del viaggio è l’immersione, perché per scavare e arrivare alla nostra fusionalità dobbiamo immergerci, mettendo in gioco il codice analogico e il bio-organico.

Durante le due settimane viene fatta la semina.

Dobbiamo arrivare alle scene primarie, ambienti che non ci sono stati devoti, dobbiamo cercare di suonare tutte le note dell’Homelife.

Rainbow significa arcobaleno: per ravvivare i nostri colori che si sono sbiaditi, è necessario immergerci, essere solidali, propositivi, generosi sia verso di noi che verso gli altri, scomodarci, osare, non giudicare ed essere viaggiatori incerti.

Con l’ascolto dello Stato Quiete, viene presentato il diario di bordo, ideato da Barbara. Ormai la nostra nave è nel porto e, mentre si prepara a salpare, ogni marinaio riceve un braccialetto colorato che lo contraddistingue e il proprio diario.

E’ arrivato il momento dei quattro capitani coraggiosi dai 9 ai 12 anni, che vengono festeggiati con una canzone.

Man mano che si ascolta lo Stato Quiete, si cantano le canzoni che hanno rappresentato le precedenti edizioni del Rainbow.

Dall’ascolto degli Stati Quiete sono emersi i bisogni non riconosciuti e quanto l’imprinting culturale della cultura contadina abbia condizionato la vita di molti di noi: da qui la necessità di liberarci dai nostri PUK che impediscono alla linfa vitale di poter scorrere.

La serata si conclude con la cena e… speriamo in un sonno ristoratore.

Mila e Assunta

27 settembre 2017: terza giornata

La giornata inizia ascoltando lo Stato Quiete dei ragazzi più giovani: Andrea, Valentino, Ludovico e Elia. Emerge la distanza fisica tra il gruppo e il bisogno di lasciare spazio al corpo, schiacciato troppo spesso dalle parole. Ci avviciniamo e creando un cerchio, ci baciamo a turno.

Amerigo legge il Ricanto sul cuore e Daniela sottolinea l’importanza di ricontattare le nostre parti più profonde per far riemergere tesori nascosti. I PUK delle nostre storie bloccano la circolinfa e vietano l’espressione della nostra parte creativa: il quadro dell’albero inciso da Daniela per Giuseppina ne è la testimonianza.

Grazie alla lettura della pillola del giorno, Alessandro I., Marco e Alessandro P. ci raccontano l’esperienza della passeggiata tra le montagne di Sasso, le loro emozioni e la difficoltà di lasciare fuori l’esterno, problema per molti di noi, e per questo i coordinatori ci invitano a consegnare i cellulari per immergerci più facilmente nel progetto.

Continua l’accoglienza interrotta il giorno prima, salgono sulla nave Veronica, Angela, Flavio, Marcello, Nicola e Ripalta ai quali viene consegnato il diario di bordo e il braccialetto, simboli distintivi dell’XI edizione del Progetto Rainbow.

Nel pomeriggio il coordinamento ci regala un bellissimo momento di teoria: Giuseppina ci presenta il racconto dell’aquila che si credeva gallina. La storia viene letta da Simona e commentata passo dopo passo da Giuseppina che alterna il racconto al suo vissuto, difficile ma fondamentale per farle sentire le sue parti di gallina, di aquilotto ferito e di aquila che ritrova il suo sole.

La teoria, dopo poco, lascia il posto al fenomeno vivo: Assunta, la zia di Giuseppina, comunica il suo senso di colpa nei confronti della nipote e la difficoltà di starle accanto nei momenti più difficili. Emergono le verità nascoste e la rabbia antica di entrambe le parti che non permettono loro di viversi un rapporto alla pari. 

La dinamica, accompagnata da Raffaele, si scioglie tra le lacrime e un lungo abbraccio riconciliante.

Gruppo Rainbownauti

28 settembre 2017: quarta giornata

Finalmente la nave è salpata dal porto.

I naviganti si accingono ad affrontare il mare aperto con un rito, introdotto dai conduttori con “La leggenda della loba (la lupa)”. 

La leggenda narra di una saggia che vive nel deserto ed abita in un grande albero. Il suo compito è quello di raccogliere le ossa che rischiano di essere perdute per il mondo. La sua caverna ne è piena e la sua specialità sono i lupi.

Quando ha riunito un intero scheletro, si siede accanto al fuoco, canta e le creature (i lupi) riprendono forma, respirano, aprono gli occhi e corrono lontano. Quando un raggio di sole li colpisce alla schiena, si trasformano, a volte in maschio, a volte in donna che ridono e corrono liberi e scalzi.

Sono emersi così bisogni antichi che tanti PUK avevano cementificato. 

Attraverso specchi riconoscenti si è data la possibilità di far affluire la linfa vitale. 

Il rito si è concluso all’esterno con un falò: i naviganti intorno al fuoco hanno declamato la poesia “Preghiera alla loba” di Vivienne Vermes.

Poi i naviganti si sono arrotolati ad occhi chiusi, affidandosi al cerchio.

I pre-adolescenti hanno partecipato al rito mattutino, dimostrando di saper scegliere quando stare con gli altri marinai e quando dedicarsi del tempo tra di loro.

Nel pomeriggio hanno presentato un video, dimostrando la possibilità di far convivere diversi aspetti.

La serata si è conclusa con la scelta della canzone dell’XI edizione del Rainbow “Abbi cura di te”.

Mila e Patrizia

29 settembre 2017: quinta giornata.

Questa mattina si fa fatica a carburare e il gruppo è ancora tutto come un piccolo vascello, senza i marinai, che non ha una direzione. Veniamo richiamati e si accenna al rito di ieri in cui la profondità non è mancata. 

Giuseppina ci propone di andare fuori, dove ci mettiamo in cerchio e ognuno chiede cosa vuole da questa giornata: c’è chi ha chiesto pace, chi relax, chi di sciogliere nodi, chi di rompere lapidi e chi semplicemente una sigaretta.

Rientrati nella stanza, abbiamo ascoltato la nuova canzone ufficiale di questa edizione del Progetto Rainbow: “Abbi cura di te” di Maldestro. Dopodiché, Simona N. e Alessandro I. hanno letto e commentato la pillola del giorno.

Da un battibecco tra Alessandro I. e Flavio, è nata una proposta per entrambi: andare a vedere la cascata sotto il ponte tibetano accompagnati solo dal gruppo dei bambini. Entrambi hanno un fondo comune, ovvero la grande sensibilità all’ambiente quando è pesante o leggero. 

Potrebbero fare crossing over: Alessandro tende a imporre il suo kairòs sugli altri; Flavio, invece, ha tempi molto più lenti e ha bisogno di essere “sedotto” per entrare in relazione.

Poi, abbiamo rivisto il video parodia della canzone “Volare” fatto dai bambini, davanti a Daniela, Ripalta, Antonio e Neil che non erano presenti ieri. Questi quattro “giurati” hanno dato valore alla creatività di questi bambini.

In seguito, Daniela e Ripalta ci raccontano com’è andata al funerale del padre di Luigi T. che si è svolto ieri. Per Daniela è stata un’esperienza positiva che l’ha fatta crescere.

Abbiamo anche sentito la necessità di raccogliere come abbiamo vissuto il rito di ieri. 

Per esempio, dai racconti di Assunta e di Angela è emersa una percezione di ambivalenza da parte dei propri compagni di rito. Rosa Paola, invece, ha raccontato della sua difficoltà con lo sporco e il disordine, cosa che ha sentito fortemente quando Pasquale è stato sporcato tutto di fango. Da tutto ciò viene fuori la difficoltà con il codice analogico e a vivercelo senza i PUK.

Nel pomeriggio Giuseppina ha commentato il racconto “Da aquilotto ferito ad aquila-gallina ad aquila di Nuova Specie. E in me… quale parte prevale?”. Giuseppina aveva iniziato il racconto due giorni fa ma è stato interrotto da un ring tra lei e Assunta.

Questo è un racconto sull’esistenza in viaggio e sul coraggio di starci. Vi possiamo individuare due condizioni: l’accogliere l’anello diabolico e la speranza nel percorso metastorico. 

Giuseppina lo commenta applicandolo alla sua esperienza con la malattia che, nonostante la medicina le avesse dato due mesi di vita, l’ha portata a riprendersi le sue parti aquila. 

Abbiamo avuto come contributo visivo i bellissimi disegni di Cristian, figlio di Assunta, Alessandro L., Simona e Marco. 

Poi ognuno ha dato valore a Giuseppina, non solo per il lavoro fatto per questo commento, ma soprattutto per i passaggi che ha fatto nella sua vita e nell’essersi messa in viaggio.

Angela T. e Alessandro I.

30 settembre 2017: sesta giornata

Con la compagnia di un rospo gigante trovato intorno all’alloggio, inizia questa giornata importante, con quattro ospiti: Serena, Lucia, Giovanni e Tonino che ci aiuteranno a fare un bilancio di questi primi sei giorni di convivenza.

Dopo un’entrata trionfante, li abbiamo accolti con il verso delle galline (cocococococode). 

Si inizia con l’accogliere con un ballo di Ripalta, che racconta di aver iniziato un periodo di distinzione da Roberto, suo marito.

Leggiamo il Pillolendario che dice: “La placenta ha due facce; quella che è a contatto con la madre e quella che è a contatto con il feto”, paragonando questo al rapporto che ognuno di noi ha con l’In.DiCo. 

Si procede spiegando le tre metamorfosi di Nietzsche, che si useranno poi nei bilanci per individuare da dove siamo arrivati e dove vogliamo andare.

I conduttori ci aiutano a riconoscere quali sono le nostre parti cammello perché riconoscendole che possiamo iniziare a separarcene.

Vengono poi fatti i bilanci per vedere se nella seconda settimana riusciamo ad aggiungere parti leone al nostro percorso.

Marco e Paola Rosa

1 ottobre 2017: settima giornata.

Prima di terminare i bilanci intermedi della prima settimana, la giornata si apre ascoltando lo Stato Quiete del gruppo. 

Assunta comunica la difficoltà di chiudere la dinamica iniziata giorni prima con Pasquale: gli avvicinamenti dei corpi tra uomo e donna causano spesso confusione tra i vari livelli. 

Pasquale esprime la delusione di esser stato accusato d’ambiguità e i coordinatori lo invitano a farsi accogliere dal gruppo, mentre Assunta grazie alla dinamica metastorica, comprende che è tempo di chiudere dinamiche storiche ormai concluse.  

Roberto scoppia in un pianto liberatorio e comunica la mancanza della mamma e dei nonni, scaturita anche dalla distinzione da Ripalta. 

L’arrivo del gruppo Inglobart viene accolto con l’ascolto di Gioele, Annalisa, Marilena e Madù sottolineando che la riuscita del progetto musicale itinerante non ha come Globale Massimo la musica, ma il rapporto con se stessi e con il gruppo. 

Cambiamo stanza guardando il video preparatorio all’avventura che andremo ad affrontare: camminare sui ponti tibetani, attrazione del posto per molti turisti. 

Ci rechiamo verso la meta e iniziano ad emergere le prime paure: i ponti sono sospesi tra i monti di Sasso di Castalda a più di 100 metri d’altezza. Ci facciamo coraggio e a gruppi superiamo la paura di affrontare il vuoto. Alcuni di noi rinunciano prima di provarci, altri si bloccano dopo pochi passi. Uno di questi è Giovanni che, pur aprendo le fila, si ritira dopo pochi metri, lasciando il posto a Luigi che continua ad andare avanti spronando e sorprendendo tutti. 

Grazie all’accompagnamento devoto della guida del posto Alessandro, i più timorosi riescono a superare il primo ponte che rappresentava la prima prova di coraggio. 

Anche Nicola E., accompagnato da Graziana e Amerigo, riesce incredibilmente ad affrontare il percorso, dimostrandoci che i cosiddetti, i bambini e i meno quotati hanno molto spesso meno paure di noi asintomatici. 

Torniamo a casa per pranzare, riposarci un’oretta e lasciare la direzione ai bambini, che ci invitano a partecipare a una partita di calcetto. 

Il coordinamento torna sui ponti tibetani per accompagnare Giovanni ad affrontare l’altezza che lo riporta alla sua scena primaria. 

Per onorare la giornata all’insegna del coraggio e della fine della prima settimana del progetto Rainbow, facciamo festa suonando con il gruppo Inglobart e andando a mangiare una pizza.

Simona e Alessandro


2 ottobre 2017: ottava giornata

La giornata inizia con un pensiero dei pre-adolescenti: è la canzone “scusate per il disagio”. 

Ognuno di noi tira fuori la sua parte disagiata: la musica ci aiuta a risvegliare il corpo e a creare dinamiche metastoriche, ricostruire scene primarie per far emergere situazioni che hanno creato i PUK. 

Attraverso queste dinamiche si vanno a sanare i tagli e sciogliere i nodi. 

Quando i PUK non vengono sciolti, rimaniamo nel pollaio, pur avendo un cuore d’aquila: il circolinfa o infusionalità non si riattiva e noi non esprimiamo la parte più vera e più autentica, rimaniamo bloccati nel corpo e nelle emozioni e rischiamo che questi blocchi vadano anche ad intaccare gli organi vitali, portando il nostro corpo ad abbassare le difese e ad ammalarsi. 

E’ emerso che quando il nostro corpo non viene visto e riconosciuto e, soprattutto, viene anche abusato, non lo sentiamo più e tendiamo a chiuderci, a porre dei confini entro i quali gli altri non possono entrare, creando difficoltà di relazione con l’altro sesso ed anche con i figli. 

Blocchiamo le emozioni per non sentire il dolore che viene racchiuso dentro di noi. 

Con le dinamiche metastoriche si sono riprese alcune scene primarie che hanno cercato di sciogliere le parti pollaio e ridimensionare le rappresentazioni negative con un positivo.

Poi i coordinatori hanno formato le scialuppe: quella dei maschi e quella delle donne.

Entrambe le scialuppe hanno svolto le attività all’esterno.

La scialuppa delle donne si è riunita nel cortile e, dopo aver parlato della difficoltà di fare gruppo fra donne, di allearsi, di fare branco ed essere solidali fra loro, si è affidata all’inedito.

Le donne, arrivate nel bosco dei faggi di San Michele, si sono fermate in uno spiazzo adatto ad accoglierle. Hanno acceso il fuoco e si sono sedute in cerchio accompagnate dai quattro elementi della natura: la terra, l’aria, il fuoco e l’acqua.

Affidandosi al gioco della bottiglia, sono entrate in relazione tra loro in modo diretto, dicendosi delle verità.

Si sono così determinati gli embrioni e gli enzimi. 

E’ emersa una storia di abusi e della perdita del senso della vita a causa del negativo subito. 

E’ emersa anche la svalutazione che porta ad attirare persone ambigue, perché non ci si dà valore, ma si subisce passivamente l’esterno. 

Quando non si è accompagnati, il negativo, come un tradimento, viene vissuto solo sul piano simbolico e la rabbia viene espressa solo verbalmente con le parole. 

Grazie agli strumenti acquisiti grazie al Metodo Alla Salute si può affrontare lo stesso tipo di esperienza, mettendosi “faccia a faccia” con i mostri, che hanno provocato il dolore.

A questo punto, le coordinatrici hanno proposto di esprimere l’aggressività attraverso un gioco: così come fanno i lupi da cuccioli che giocano ad azzuffarsi tra loro, così è avvenuto fra le donne della scialuppa.

Tutto ciò ha provocato l’avvio di alcune dinamiche che hanno favorito a tirare fuori la rabbia repressa e a reagire quando si viene attaccate.

Emerge da questo gioco quanto le donne sono state educate a subire piuttosto che a reagire e far valere la propria posizione.

Ci si riunisce in cerchio per raccogliere le emozioni vissute durante le dinamiche e fare teoria su di esse.

E’ venuto fuori come le lupe mamme, al momento opportuno, intervengono direttamente, per proteggere i propri cuccioli e quanto ciò è mancato nelle vite delle donne. E’ necessario diventare mamme lupo prima per se stesse, poi per i rapporti forti, poi per i gruppi.

Si è fatto buio, le donne si riuniscono intorno al fuoco per chiudere la scialuppa.

Ognuna di loro ulula con la testa rivolta al cielo, coperto di faggi.

La scialuppa, composta da maschi e pre-adolescenti, è partita per recarsi al faggeto.

Arrivati sul posto, si sono disposti in cerchio su due teli.

Prima di iniziare, uno dei coordinatori ha espresso il desiderio che in questa occasione ci fosse anche suo padre, perciò ha fatto passare nel gruppo una sua foto.

Successivamente, nel gruppo si è aperto il confronto su come ciascuno di loro intendesse il maschile.

Il primo embrione ha riferito che la figura paterna per lui è stata inesistente e il suo posto è stato rimpiazzato dal nonno.

Ha sentito come presenza importante anche un suo caro amico.

Il secondo embrione che si è inserito spontaneamente, ha raccontato i suoi disagi vissuti nell’età adolescenziale: le dipendenze, tradimenti di falsi amici approfittatori e problemi in famiglia.

Il gruppo lo ha stimolato a tirar fuori il suo malessere, attraverso un urlo liberatorio.

Sentendo che lo sfogo non era sufficiente, è intervenuto un enzima, che ha proposto al gruppo di denudarsi per diventare “animali” e accompagnare l’embrione ad umiliarsi, sprofondandolo letteralmente con la faccia nel terreno.

Alcuni componenti del gruppo, compresi i pre-adolescenti, hanno avuto delle resistenze nel denudarsi nel bosco.

Il primo embrione ha comunicato che in altri contesti faceva fatica a denudarsi perché si sentiva deriso.

Ha riferito, inoltre, che per paura di amare e donarsi completamente ad una persona importante per lui, preferisce scegliere una persona che non gli chiede niente.

E’ arrivato il turno del terzo embrione che ha fatto difficoltà ad aprirsi al gruppo: poiché tende a coprire il suo malessere con le tante soluzioni, è stato invitato ad eliminarle.

Il quarto embrione ha comunicato che non riconosce al suo interno un maschile, tagliato dalle donne della sua famiglia d’origine. E’ nato così in lui il desiderio di riconoscersi con altri maschi. Anche il volersi accogliere è un maschile al servizio del femminile: nel gruppo è stato accolto dal coordinatore e poi dagli altri componenti. 

Questa è stata una dinamica metastorica, perché ha permesso anche agli altri di immergersi. 

Dopo la fase dell’immersione, si è passati alla fase dinamica in cui ci si è identificati negli “animali del bosco” e fare ciò che fanno loro. 

Alla fine il gruppo si è riunito per fare il bilancio sul vissuto e tornare a casa alleggeriti.

Assunta e Rosalba

3 ottobre 2017: nona giornata.

Iniziamo la mattinata con le comunicazioni, in cui Rosa Paola esprime la difficoltà che ha con i ragazzi più giovani, soprattutto con Andrea. 

Proseguiamo con la pillola che parla delle parti bambine presenti in ciascuno di noi, che è bene non reprimere ma ascoltare. 

In seguito viene fuori che Alessandro P. è ricaduto nel vizio del gioco, grazie all’aiuto dei conduttori riesce poi a spiegare il meccanismo che lo ha portato alla ricaduta.

Ricollegandosi alla pillola, proprio per aiutarci a tirare fuori le nostre parti bambine, Raffaele ci comunica che passeremo il pomeriggio a fare i giochi organizzati dai pre-adolescenti, ossia Ludovico, Andrea, Valentino, Elia. 

Dopo un pranzo abbastanza sostanzioso, alle 17.00 ci dirigiamo verso il campo da calcio, dove ci aspetta la prima prova, la partita a calcetto. 

Fatte le formazioni, i capitani delle due squadre si stringono la mano e il gioco ha inizio. 

Ogni squadra ha sei membri, e vengono coinvolte anche alcune donne, dando un contributo comunque positivo ad ambo le squadre. Dopo circa 50 minuti, il match si conclude a favore della squadra capitanata da Ludovico, senza nessun infortunio, ma con un piccolo fuggitivo, Elia. 

Mentre una “scialuppa” si stacca dal gruppo alla sua ricerca, i giochi proseguono per il resto dei naviganti: tiro alla fune, corsa con i sacchi, guardia e ladri e infine lotta libera, tipo wrestling. 

Verso le 21.00 viene servita per cena: la pizza fritta napoletana, a cura di Pasquale. 

Dopo esserci rimpinzati viene fatta un po’ di teoria sulla fuga di Elia, che era tornato volontariamente prima di cena. 

Lui adduce le cause al fatto che avere la fasciatura alla mano lo faceva sentire in una posizione di inferiorità nei confronti del resto del gruppo. 

Giuseppina fa notare come la fasciatura è stata uno strumento molto efficace per far provare ad Elia come talvolta la vita ci può mettere in una condizione di inferiorità, ma non per questo dobbiamo sentire meno il nostro valore e sentire il bisogno di fuggire. 

A conclusione della teoria Elia, con un gesto rituale, getta la fasciatura.

A questo punto si sposta l’attenzione sulla squadra cucina, composta da Pasquale, Veronica, Franco, e Simona N. e si fanno i complimenti a chi ha permesso la buona riuscita della cena, Pasquale. Lui a questo punto si immerge in un racconto riguardante la sua esperienza al ristorante. 

La serata si conclude dopo aver accennato a programmi per il giorno seguente.

Alessandro L. e Simona N.

4 ottobre 2017: decima giornata.

La giornata inizia molto tardi. Alessandro legge la pillola dicendo che siamo uguali però diversi, e scambiando con gli altri mettiamo insieme le due parti e viviamo l’inedito facendoci arricchire e anche un po’ cambiando.  

Alessandro comunica ad Ariete di vederlo più sciolto dato che nel progetto del mosaico lo ha visto più nell’obbligo-dovere, e lo si aiuta con una scenetta a rafforzare il suo maschile.

I conduttori spiegano come, attraversando le varie fasi, si procede verso una maggiore interezza. Noi nella vita non siamo riusciti ad attraversare le fasi per crescere, come ci indica il Decalogo, e quindi come potevamo fare il salto precipiziale? Non lo abbiamo potuto fare.

Si parla, attraverso il racconto di alcuni di noi, del passaggio di trasformare le scene primarie in un insieme femminile-maschile utilizzando il Decalogo del Monte Cavo Ysteron. 

Quindi Giuseppina propone, per il disagio di Mila e Simona, di ballare insieme. 

Dopo di che riprendiamo a parlare del titolo del Rainbow, e Rosa Paola parla della difficoltà ad esprimersi e a parlare di sé. Alcuni di noi fanno difficoltà a procedere nel fare alcuni passaggi.

Pasquale si è fatto vedere in maniera più profonda e si è dato valore cucinando qualcosa di buono.

Veronica parla del massaggio ricevuto da Neil perché ha trovato difficoltà a scambiare solo con le parole e non con il corpo. 

Angela, dopo aver dormito insieme a Daniela, ha raccontato che è andata molto bene e le è piaciuto essere accolta come una figlia, nutrendosi e nutrendo. 

Per finire, Assunta parla di sé dicendo solo il positivo e non il negativo, che dopo un buon accompagnamento di noi donne è riuscita a trasformare il negativo in positivo.

Verso le cinque e mezza inizia il laboratorio artistico con un pensiero letto da Giuseppina per Daniela. 

Ognuno di noi con la sua fantasia lascia spazio alla sua libertà disegnando con la sua creatività come vuole.

Gruppo Rainbownauti

5 ottobre 2017: undicesima giornata.

Stamattina, dopo la lettura e commento della pillola, raccogliamo le sensazioni sentite durante la mini scialuppa di ieri sera, in cui Patrizia e Franco hanno massaggiato Veronica, svolgendo verso di lei la funzione di genitori ontologici. Per Patrizia è stato positivo ma non sufficiente a far emergere i suoi desideri che sono in parte repressi. Franco, dopo essersi espresso positivamente riguardo la SPA con Veronica, coglie l’occasione per comunicare che ogni giorno si sveglia pensando allo specchietto retrovisore. 

Giovanni, servendosi dell’Unità di Crisi, spiega il senso lato della parola crisi mettendo in evidenza la sua connotazione positiva e la sua utilità per compiere il salto quantico. 

Veronica, pur avendo iniziato la scialuppa con un senso di sfiducia, si è poi abbandonata alle cure di questi due genitori ontologici e li ha sentiti in armonia tra loro. Questa dinamica ha contribuito ad aggiungere un tassello alla loro relazione. 

La parola passa a Giuseppina che ci introduce all’uscita che si terrà nel pomeriggio nella faggeta secolare. Lì si trova il Grande Faggio, chiamato affettuosamente Zi’ Michele, che si pensa abbia dai 300 ai 500 anni, dunque è stato testimone silente di rivoluzioni, guerre e secoli di storia della vita. Sopravvissuto, nonostante il suo largo utilizzo per via del suo aroma particolare, grazie alla sua collocazione in un luogo impervio, è il primo albero che fiorisce e dà il là agli altri faggi, come un direttore d’orchestra. Siamo invitati a scegliere se vivere questa visita come una scampagnata o come un rito. 

Nel bosco, dopo una piacevole camminata lungo il sentiero all’ombra di centinaia di faggi, ci troviamo finalmente di fronte Zi’ Michele. 

Ci raccogliamo in cerchio per predisporci al rito, con un minuto di silenzio. Dopodiché, i coordinatori ci invitano ad avvicinarci al Grande Faggio per prendere un impegno al suo cospetto. 

Per esempio, Marco si lascia andare in un’immersione che riguarda i suoi rapporti forti e le delusioni che ne sono scaturite, viene aiutato dagli altri a prendere l’impegno di perdere il comportamento ambiguo che ha assorbito dalla madre e che ripete con le altre persone. 

Graziana, nelle precedenti visite a questo antenato, si era commossa davanti alla sua grandezza poiché le rinfacciava la sua miseria. Adesso, si impegna a non delegare ai miti esterni che la limitano e a fidarsi delle proprie radici e della propria grandezza. 

Allo stesso modo, chiunque si sente di prendere un impegno verso se stessi si fa avanti. 

Ricorderemo questa giornata anche per due “dispersi”, prima Alessandro P., che però ci raggiunge nella parte finale del rito, e poi Marcello che fa avviare una caccia all’uomo. 

Tornati alla base, dopo cena Giovanni ci legge la sua dinamica con l’attraversamento del ponte tibetano, ovvero, la sua sfida al senso di vertigini che lo rimandava a una scena primaria della sua infanzia: quando era piccolo, gli sono rimaste impresse le scale ripide e strette che saliva con tremore nel cuore. 

La serata si conclude con i ringraziamenti da parte di Raffaele verso i coordinatori e i partecipanti di questa edizione del progetto Rainbow, mettendo in evidenza come questa sia stata la più complessa.

Angela e Simona N.

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