Modugno (BA), giovedì 24 gennaio 2013. LETTERA DI GRAZIANA PORCARO A NICHI VENDOLA.

Associazione Alla Salute – Bari
LETTERA ALL’ONOREVOLE
NICHI VENDOLA
DI GRAZIANA PORCARO 

Caro Nichi,
mi viene spontaneo darti del tu poiché spesso le formalità mettono una distanza che ci permette di essere evasivi, di distrarci dall’ascolto, di starci con superficialità ovvero di non farci provocare da quello che il nostro compagno di conversazione ci vuole, con emozione e verità, comunicare

Sono una ragazza di trentadue anni. Sono una figlia modello. Di quelle che magari anche tu vorresti avere. Sono una Fisioterapista e pertanto bene conosco l’ambito sanitario. Sono anche socia e fondatrice dell’Associazione alla Salute Bari, un cerchio di ragazzi e adulti giovani che ancora sognano di vivere ogni giorno con maggior pienezza e che si impegnano a promuovere, concretamente, mettendoci energie e tempo volontari, uno stile di vita in agio con se stessi. 

Nella mia carriera di figlia e di ragazza socialmente ben inserita sono sempre stata brillante e attiva. Sono nata. Sono cresciuta. Ho riempito di soddisfazioni i miei genitori. I professori. I docenti universitari. Ho fatto per tanti anni l’educatrice. In tutto questo mi sono spesa con entusiasmo e generosità. Il mio essere attiva e intraprendente è stato un conto in banca enorme per quanti mi hanno avuta nei loro contesti, che in passato erano anche i miei. Eppure io serena non mi sono mai sentita. La sera, in quel momento in cui dalla veglia trapassi al sonno, e in solitudine e coscienza ti fai un bilancio e ti chiedi se sei felice, io avvertivo in tutta chiarezza la mia insoddisfazione e il non sapore di giornate tutte uguali, trascorse fuori di me, a volte subìte, sopportate. 

Nel 2007, mentre preparavo l’esame di Psichiatria, che poi avrei sostenuto al Policlinico di Bari, mi imbattei in un libro che era più un “catalogo” di casi clinici di pazienti psichiatrici. Dalla prima pagina all’ultima trattenni il fiato e mi immersi tra le righe fino a leggerlo tutto nel giro di un’ora. Ero agghiacciata. Mi sembrava di aver fatto un viaggio in un mattatoio. Una persona è un infinito. Eppure lì, in quelle pagine, ognuno aveva la sua bella etichetta, la storia di ognuno riusciva ad essere narrata in un trafiletto di appena quattro-cinque righe. Poi il racconto, questa volta lungo e dettagliato, della visita, della diagnosi, della terapia farmacologica e della psicoterapia. Alla fine di ogni storia, di nuovo stringato, si rendeva noto che il paziente, ancora in terapia, “riesce ora a condurre una vita normale”.
Ma che significa “normale”? 
Mi capitò poi, il giorno in cui, sempre al Policlinico, sostenni l’esame di Psicopatologia dell’Età Evolutiva, di fermarmi in quel reparto per riposarmi un pò dopo l’esame. Era pieno di genitori e bambini; i visi plastici, disorientati, spauriti, segnati dalla stanchezza e dal dolore che avere un figlio affetto da un cosiddetto disturbo dell’età evolutiva sicuramente ti fa provare se guardi questo in un’ottica tradizionale e non hai strumenti per accompagnare ed affrontare, comprendere questo disagio. Ad un certo punto da una stanzina molto colorata vidi uscire un bambino, piccolo, avrà avuto cinque anni più o meno… uscendo disse “Mamma, ho finito la terapia”…la mamma lo imbacuccò e insieme uscirono dal reparto. Fu una scena triste. Soffrìì molto nel vederla. Io che ero una perfetta estranea sentìì tutta la sofferenza di quelle famiglie, ma soprattutto di quel bambino. Camminava curvo, con la testa bassa, il suo corpo aveva poco tono e gli arti gli penzolavano flaccidi e inespressivi. Non aveva disturbi fisici. Credo fosse il suo modo di esprimere la rassegnazione a non poter essere spensierato come tutti gli altri bambini della sua età. Pensai che non poteva essere quello il “destino” di quei bambini e che ci doveva essere qualcos’altro…  
Casualmente in quel periodo, un mio amico storico, iniziò a frequentare il Centro di Medicina Sociale e una sera, durante una di quelle tipiche conversazioni notturne dei giovani su massimi sistemi e domande esistenziali, ci trovammo a parlare proprio di quel libro e di quel bambino… lui allora mi raccontò dell’esperienza che aveva iniziato a Foggia e io, che già ero così incuriosita e pensosa dopo quella lettura, decisi di andare a curiosare di persona. Da maggio del 2007 la mia curiosità ancora non si è esaurita e ho voglia di approfondire oltre questa esperienza. 

Oggi sono una donna vicina all’adultità… tante delle certezze e dei riferimenti e riempitivi delle mie giornate sono saltati ma oggi, quando vado a letto, spero di avere ancora tempo, il giorno dopo, per addentrarmi ancora nella vita e per continuare a scoprirmi ed esprimermi sempre di più. Oggi sento che esisto. 
In quei momenti di insoddisfazione, in cui venivo a cospetto di me stessa, io ho sempre immaginato che sarei morta a trentun anni. Forse perché la mia vita la vivevo e la incarnavo così poco che la paura di non poter vivere ancora abbastanza, a sufficienza, la proiettavo in una morte imminente e prematura, che non mi avrebbe lasciato altro tempo per fare ciò che desideravo.  

Io a trentun anni non sono morta. Ma poco più di un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. 

Ovviamente la prima cosa che ho pensato è che quella sarebbe stata la causa della mia morte.  
Caro Nichi, sai che vuol dire quando dentro hai ancora la sensazione di poter smuovere le montagne e di poter bruciare, graffiare il mondo, quando senti che il tuo passaggio da baco a farfalla si sta attardando ma lo desideri fortemente, e un medico, in una giornata qualsiasi della tua vita, mentre ti fa una casuale ecografia rallenta, sospira, si sofferma sul tuo collo, approfonda la sonda per vedere meglio, diventa muto, e tu capisci già tutto? Lo sai che significa? Ti è mai capitato di pensare di morire? Ti è mai capitato di sentirti impotente? Ti confesso, giacché dietro le tue vesti intellettuali e politiche potrebbe nascondersi un uomo semplice e sensibile, che in quel momento mi sono molto arrabbiata con la Vita. 
Io la vita la amo, io la vita la desidero. Ovviamente da quel momento in poi per me è iniziato un lungo periodo “ospedaliero”.
Il 22 febbraio mi sono operata e su quel tavolo operatorio al cancro e al mio non vivere, ahimè, ho ceduto un organo, una parte di me e una parte della mia storia. Non ti nascondo che, nonostante la ricerca e le innovative possibilità di cura, quando sai di avere un cancro una grande parte di te muore nella consapevolezza che potresti anche non farcela e morire da un giorno all’altro. La parte di te che continua a vivere trema e sussulta ad ogni minima cosa. Tutto quello che sei e che hai inizi a percepirlo in una maniera diversa, più forte. Ti senti al mondo senza pelle e sempre con gli occhi e le orecchie spalancati. Tutto è amplificato, ogni cosa ti sembra chissà cosa. Potrei dire che ogni attimo lo vivi con la scoperta e la meraviglia del primo e con la nostalgia e il dolore dell’ultimo. 
Il sentire comune vede la malattia come un evento infausto e deplorevole e i malati fanno pietà, muovono a compassione. Tanti con te diventano improvvisamente presenti, gentili, disponibili. Tanti continuano a fregarsene di te, presi come sono dalla corsa e dall’egoismo delle loro vite. Tanti, ancora, davanti alla malattia si spaventano e non hanno strumenti per starti vicino. Anche questi li senti lontani. E sai, Nichi, tu come ti senti? Solo, profondamente solo. 
Perché la sensazione è che nessuno riesca ad entrare nel tuo vissuto di dolore e di pericolo di vita che stai attraversando. Forse perché per farlo bisognerebbe prima attraversare sufficientemente la morte che ognuno si porta dentro invece di costruirsi delle vite piene e veloci in cui per essa non c’è posto. 

Io, invece, caro Nichi, mi ritengo molto fortunata. La mia esperienza e immersione nel Progetto Nuova Specie e nel Metodo alla Salute, mi ha portata a contemplare anche questa parte dell’esistenza. La morte non è altro dalla vita. La morte è lo strumento più vitale e potente che la vita stessa ha per rigenerarsi. Il mio percorso e la mia formazione a Foggia mi hanno portata a sperimentare e acquisire un punto di vista sul nostro essere al mondo che accoglie e da valore e senso alla malattia, al sintomo.  
Il corpo parla, è una cartina tornasole, un indice di quanto siamo rispettosi della nostra vita e della nostra specificità. Perché queste “faccende”, caro Nichi, non si possono ignorare oltre tempo e oltre misura. La vita è un giudice severissimo e prima o poi ci presenta il conto. Così, quando a confermare la mia ipocondria, mi è arrivata la sorpresa del cancro, di un male stavolta “reale” e non solo una proiezione delle mie paure, sono sprofondata in un abisso. In questo abisso ci stai da solo. In questo abisso i medici possono fare ben poco. In questo abisso nessuno è riuscito ad entrarci


Lì però ho sentito chiaramente che non poteva finire così, che non potevo solo arrendermi o colpevolizzarmi di non aver vissuto fino al punto di svendere il destino delle mie cellule. Lì ho sentito che l’unico Oltre che poteva sostenermi era il punto di vista del Metodo alla Salute. Perché se il cancro era arrivato qualcosa voleva dirmi. Qualcosa la vita voleva farmi comprendere non più solo razionalmente. Ti sembrerà strano ma proprio da questa “perdita” io sento di aver ricevuto la spinta più forte alla vita. 
Ancora oggi le contrazioni del parto di me stessa arrivano forti e dolorose. Ma questa è la natura. Così sei nato anche tu. Ma la visione sulla vita che ho acquisito in questi sei anni di percorso a Foggia, accompagnata e formata dal Dott. Loiacono e dalla rete di persone cresciute in quest’epistemologia che concretamente si occupa di salute e prevenzione, mi ha insegnato che alla vita, quella tua, quella vera, piena, ci arrivi attraverso gli angusti canali da parto, dove senti la ruvidità, lo stretto e l’attrito sulla pelle, e non attraverso le contemplazioni intellettuali e astratte in cui ti illudi di imparare a stare al mondo. Non so se ne uscirò vincitrice, io, da questa malattia. Non so se quello che ho fatto e ancora continuo a fare, lavorando faticosamente su di me, ha estinto i miei debiti con la vita. So però per certo, e mi commuovo nel raccontartelo, che pochi giorni fa mi sono come d’un tratto risvegliata rendendomi conto che era da un paio di mesi che io al cancro non ci pensavo. A partire da novembre ha avuto inizio una mia nuova fase di approfondimento e immersione nel Metodo alla Salute. A novembre, per due settimane, ho partecipato ad un corso teorico-prassico di altissimo livello per la profondità e l’avanguardia delle intuizioni sulla vita, tenuto dal Dott. Loiacono. Questo mi sta permettendo di ricollegarmi in maniera ancor più forte e profonda al significato originario di questo “laboratorio terrestre” e al senso del viaggio che ognuno di noi ha l’onore di vivere nella sua presenza al mondo. Quando arrivi qui tutto trova una sua collocazione e un suo perché. Quando arrivi così nelle viscere dell’esistenza e dell’animo umano comprendi che un gruppetto di cellule malate che crescono in maniera incontrollata non sono tutta te, non sono il tutto, e che oltre questo, che ha molta facilità a monopolizzarti, c’è ancora molto altro. Tu, la tua vita, la Vita. Sono molto grata a quest’esperienza perché è stata l’unica Compagna in grado di scendere agli inferi con me e restarmi vicina dove tutti gli altri si sono spaventati e fermati. Incluso chi mi ha messa al mondo e chi sosteneva di amarmi. Sento che qui, così in basso, questa esperienza l’ho rincontrata e me ne sono ri-innamorata  e lei si è rivelata a me ancora e di più.  

In questi sei anni ho assistito a molte rinascite. Ho visto molti “rifiuti sociali” tornare a se stessi e riprendere a vivere. Ho visto diverse etichette e un mare di diagnosi, psichiatriche e non, sgretolarsi dietro una lente più acuta. Ho visto tanti giovani e bambini, portatori di vissuti “cancerogeni”, tornare in salute. Ho visto che, citando una famosa canzone di un uomo acuto come Gaber, “si può”

Ora io mi chiedo che differenza ci sia tra i criminali e chi, pur sapendo di poter spendersi per “ridare la vita”, ancora la nega. Ora io mi chiedo se uno di quei bambini di cui ti ho raccontato poche righe fa fosse stato un tuo figlio o un tuo nipotino… mi chiedo se tu ti saresti accontentato di farlo sopravvivere nella sua “diversità” ospedalizzata o se…. magari ti avremmo visto accompagnarlo mano nella mano al Centro di Medicina Sociale di Foggia. Io credo che non avresti avuto dubbi.  
Al diavolo il giudizio o il rischio a cui, “sposare” una metodologia così scomoda, ti avrebbe potuto esporre nel tuo ambiente.  
Credo che ora tu debba passare a un segnale concreto e forte. Il non farlo io lo leggo come un peccato contro la vita stessa e un violare il diritto alla salute di cui dovresti farti attento e scrupoloso garante. È necessario non procedere più per urgenze ed emergenze; renderti manifesto non solo quando ti rendi conto che gli elettori che deluderesti sarebbero troppi e i voti che perderesti anche. È necessario ora un tuo “manifesto” chiaro, concreto e leggibile in cui “promuovi la vita e la salute”. Questo varrebbe molto più di ogni campagna elettorale. Il Metodo alla Salute ha il diritto di essere agevolato nella sua visibilità e sostenuto nella sua diffusione. Ha il diritto di essere promosso e validato scientificamente… ammesso che uno sterile comitato scientifico possa dire di più di quanto dicono migliaia di vite risorte! Ma, ahimè, sai bene che per come funzionano le cose in ambito sanitario, questo è un passaggio importante per il quale potresti adoperarti dato che, come più volte hai ribadito, tu credi e “vedi” il valore di questo Metodo. Moltissime persone, troppe, sono ancora in attesa di potervi approdare per questioni che tu conosci bene e che non ripeto poiché già ben espresse dal Co.Na.P.I.T. e da altri prima di me. L’enorme affluenza di pazienti regionali ed extra-regionali allo stesso tempo richiede un ampio personale formato al Metodo alla Salute e si pone come testimonianza reale della validità di questa innovativa metodologia di trattamento. Io credo tu abbia il dovere istituzionale e morale di sostenerla. È ora di non dare più contentini al Metodo alla Salute. Ma ciò che merita. Che è molto. Perché sai, Nichi, quando avrai vinto, quando sarai salito più in alto, ma ti troverai in un obitorio di vite e di coscienze… con chi praticherai i tuoi altissimi ideali?
Fatti e non parole.

Graziana Porcaro

3 Commenti

  1. Anonimo

    GRAZIE

  2. GIOVANNI

    Mi complimento con l'Associazione alla Salute di Bari. Con due bellissimi post, il tuo e quello di Giovanni Evangelista, avete dato un bel 1-2 a Vendola che ancora non sembra accusare. Cara Graziana, la tua lettera mi ha intenerito, fatto arrabbiare e sperare. Sei una donna coraggiosa e quello che hai scritto è servito molto a me e a quello che sto attraversando.
    Non c'è due senza tre. Mica c'è un terzo post della vostra benemerita Associazione?
    Giovanni

  3. Anonimo

    Cara Graziana, questa mattina il tuo post mi ha proprio dato il buongiorno… "io la vita la amo, io la vita la desidero" sono espressioni che nelle nostre vite non sono piu' scontate, ma che grazie al Metodo alla Salute stiamo riscoprendo, immergendoci nelle nostre profondita' anche attraverso il dolore, la paura e la solitudine che si provano nel passaggio nell'anello diabolico. Mi ha molto colpito il tuo rispetto della vita altrui e anche di quella di Nichi Vendola! Un abbraccio, Victoria

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