Fano (PU), martedì 13 novembre 2012. ARTICOLO SUL CERCHIO MAGICO NELLA SCUOLA DI SANDRA.

FONDAZIONE NUOVA SPECIE ONLUS

Presidente: Dr. Mariano Loiacono

IL “CERCHIO MAGICO:
UNA METODOLOGIA NUOVA
PER UNA SCUOLA
SEMPRE PIU’ COMPLESSA.
RACCONTO
DELLA MIA ESPERIENZA.
 
Sono un’Insegnante di Scuola Secondaria di I Grado (ex scuola media) e devo fare i conti con una scuola sempre più complessa e difficile da gestire in quanto, per come è strutturata, non riesce più a svolgere la sua funzione educativa come prima. La scuola si fonda quasi esclusivamente sul codice simbolico-razionale che era più adatto al villaggio-mondo, in cui chi aveva la possibilità di frequentare la scuola aveva l’esigenza di una trasmissione di informazioni e la realtà scolastica veniva molto regolamentata in base a ruoli e a valori culturali ben definiti; mentre nel mondo di oggi la globalizzazione ha fatto saltare gli schemi precedenti e le nuove tecnologie offrono una molteplicità di informazioni, ma non basta più. Oggi serve una metodologia nuova, la scuola deve offrire risposte agli interrogativi posti dai giovani e aiutarli a conoscersi meglio per crescere e affrontare la vita. Gli insegnanti dovrebbero facilitare il venir fuori delle emozioni più profonde dei ragazzi attraverso l’ascolto reciproco all’interno del gruppo-classe e il racconto che non possono essere considerati una perdita di tempo o essere delegati a degli esperti. Incontro spesso le resistenze dei miei colleghi che minimizzano le emozioni provate dai loro alunni non rendendosi conto di quanto possano incidere sull’apprendimento. Invece l’ascolto deve diventare trasversale a tutte le discipline e rimettere al centro del processo educativo  il bambino o l’adolescente.
Nella mia scuola sto cercando di introdurre delle novità a partire da ciò che ho potuto osservare nelle classi in cui mi trovo ad insegnare e che presentano problematiche che non si possono risolvere solo stando seduti dietro ai loro banchi o imponendo delle regole di comportamento da seguire. Sono cose anche importanti ma solo dopo aver dato loro ascolto. Sento i ragazzi assetati di raccontare momenti della loro vita che li hanno fatto soffrire e di cui spesso si vergognano o si sentono in colpa. Mancano ambienti in cui loro possano sentirsi accolti, ascoltati senza sentirsi giudicati o presi in giro dagli altri, in cui si sentano liberi. Questo è ciò che sto cercando di costruire  in alcuni momenti della settimana all’interno delle mie classi e che chiamiamo il Cerchio magico
Pochi giorni fa abbiamo svolto un Cerchio magico, i ragazzi si sono seduti in cerchio e siamo partiti da un pensiero sul silenzio, sulla difficoltà e sulla paura che abbiamo di vivere il silenzio e quanto invece è importante per ricontattarci con noi stessi. Ho chiesto loro di cercare di concentrarsi su di sé e non farsi distrarre dagli altri. Abbiamo commentato insieme il valore del cerchio e nella disposizione delle sedie hanno colto l’unione, la pace, l’amicizia ma poi come spesso accade, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e alcuni di loro hanno cominciato a litigare e a prendersi in giro. Siamo partiti dalla conflittualità, dall’aggressività e dalla rabbia che vedevo in alcuni di loro, ma specie in un ragazzino della classe. Ho sentito forte la sua rabbia profonda che andava oltre le prese in giro e che voleva esplodere. Mi sono avvicinata a lui e gli ho preso le mani dicendogli che era pieno di rabbia poi ho cercato di rompere la sua corazza perché avvertivo che lui era molto deluso dalle figure adulte e che sfogava la sua rabbia verso se stesso e verso gli altri. Non mi sono fermata perché sentivo che lui aveva bisogno di liberarsi dalla rabbia ma anche dal dolore provocato dalla delusione di desideri non soddisfatti. Lui aveva gli occhi lucidi e ho proseguito. Mi sentivo spinta dalla mia parte femminile che voleva accogliere un bambino che stava già rinunciando a fidarsi degli adulti, che si è chiuso nel virtuale dei videogiochi e che vuole farcela da solo, mettendo tra sé e gli altri un muro di cemento. Il suono della campanella ha interrotto la dinamica che stava avvenendo, lunedì pioveva e i ragazzi hanno fatto l’intervallo in classe ma ho colto l’occasione per parlare a tu per tu con Giovanni per fargli capire la mia vicinanza alla sua sofferenza e raccontargli anche alcune esperienze della mia vita che mi avevano fatto sentire come lui, sola, ma avevo avuto la fortuna che qualcuno avesse visto il mio star male e mi avesse aiutato. Ho chiesto a Giovanni se riconosceva alcune delle cose che gli dicevo e lui ha detto che per lui era tutto chiaro. Ha iniziato a dirmi che non si poteva fidare di nessuno e che tutti lo pugnalavano alle spalle. Lo sentivo un po’ smarrito, come se all’improvviso si fosse fermato tutto intorno a lui. Giovanni è un ragazzino che mi ha sempre colpito perché anche sulla sedia non stava mai fermo, era sempre in fermento e ora lo vedevo immobile, concentrato su di sé e sulle cose che ci stavamo scambiando. Il mio intervento era andato in profondità e sentivo che le cose non potevano rimanere appese, allora ho chiesto di poter rimanere un’altra ora in classe per concludere il nostro Cerchio magico. Alla ripresa ho cercato di raccogliere le cose che erano emerse durante l’ora precedente e che gli alunni avevano vissuto insieme a noi, ma di cui non avevano ben capito il valore, specie una ragazzina che provava rabbia nei confronti di Giovanni e non capiva perché gli stessimo dedicando così tanto tempo, in fondo non era l’unico a soffrire e ad aver vissuto delusioni… insomma si facevano la guerra dei poveri che avrebbero tutti molto da raccontare e tendono a minimizzare i problemi degli altri. Prima di farli riflettere sul senso delle cose che stavano avvenendo abbiamo lavorato un po’ sul respiro che spesso dimentichiamo ma che è la prima cosa che abbiamo fatto quando siamo nati. Poi ho cercato di ripercorrere i passaggi che c’erano stati, facendo teoria. Ho dato valore a Giovanni dicendo che le cose che gli avevo detto potevano riconoscersele tutti e che ognuno avrebbe avuto il suo momento. Per me era importante aiutare la classe a fare un salto, accompagnarli a decidere se vogliono diventare un gruppo. Ho chiesto a quelli che sentivo più pronti se volevano ascoltare Giovanni e incoraggiarlo ad alleggerirsi. Li ho coinvolti direttamente e più di metà classe ha alzato la mano per confermare che volevano che lui si aprisse e raccontasse. Ho spinto Giovanni a vederlo come un inizio di conoscenza tra di loro e che l’armonia all’interno del gruppo è un punto di arrivo. Ho detto ai ragazzi che dovevano cercare di ascoltare con il cuore, non con le orecchie. Mi sono seduta affianco a lui e mi sono avvicinata con il corpo perché sentivo che stavamo assistendo alle ultime resistenze di Giovanni, ha detto che aveva giurato a se stesso di non dire niente e lo avevo giurato anche alla madre. Giovanni si stava sacrificando per la madre e si teneva questo peso, “questo elefante nella pancia” e questo sacrificio si stava trasformando in rabbia e voglia di distruggere gli altri. “Metto una bomba e vi faccio esplodere tutti”, queste sono state le sue parole all’inizio del Cerchio magico. Il suo sguardo si è fissato nel mio e non lo ha lasciato più. Era un primo segnale che lui volesse essere aiutato e che si iniziava a fidare di me. Ho incoraggiato Giovanni a procedere e ho ribadito che questo Cerchio magico era dedicato a lui perché tenevo alla sua vita. Vedevo che lui aveva desiderio di piangere ma ne aveva anche tanta paura, anche per la paura del giudizio dei suoi compagni che non si sono mostrati da subito sensibili e non rappresentavano già una situazione “uterina”. Ad un certo punto Giovanni mi ha chiesto di andare in bagno per sciacquarsi il viso, e prima di lasciarlo andare gli ho detto che poteva piangere e che forse era meglio rimanere in questa situazione che lo scomodava senza scappare. Lui è uscito ed è tornato immediatamente. Aveva il viso bagnato e gli occhi profondi sempre nei miei. E ha iniziato ad esprimere la sua delusione rispetto ad una maestra della scuola primaria di cui lui aveva letto la tristezza negli occhi e che aveva una figlia che stava male e aveva una malattia rara. Ha raccontato che la maestra sfogava la sua rabbia su di lui, umiliandolo, dicendo che lui non avrebbe mai fatto niente di buono nella vita e incolpandolo addirittura di fare del male alla figlia. E’ stato poi seguito da una persona per verificare se non gli avesse provocato dei problemi. Ha provato tanto risentimento e un profondo senso di ingiustizia verso gli adulti nei confronti degli altri bambini che subivano dalla maestra. Intanto mentre parlavano alcuni ragazzi si erano avvicinati  sedendosi per terra per ascoltarlo meglio. Ho chiesto loro se volevano intervenire e aggiungere qualcosa e Federico ha raccontato che anche lui si è spesso sentito preso in giro alle elementari, veniva considerato uno “sfigato” e si sentiva molto triste. Gli ho detto che lo era ancora, che glielo si leggeva negli occhi poi ha detto che la mamma aveva avuto problemi di salute ed era triste perché aveva paura che lei potesse morire. Ho incoraggiato Giovanni ad avvicinarsi a Federico e a mettergli la mano sulla spalla diventando a sua volta la persona che accoglie e aiuta, invertendo i ruoli. Giovanni ha riconosciuto la tristezza di Federico e ha capito che non è solo. Ho cercato di creare un legame tra di loro a partire da quel fondo comune. Poi è intervenuto un altro compagno, Marco,  che anche lui si è sentito preso in giro a scuola e è stato male e si rivede in Giovanni ma che ora ha trovato la soluzione della distanza, del distacco, come se gli scivolasse tutto addosso. Ho raccolto queste diverse soluzioni al dolore sottolineando il fatto che lui stava peggio di Giovanni perché non esprime neanche più la rabbia ma ha preferito razionalizzare il dolore, anche se ancora c’è. Il tempo stava per scadere e ho dovuto avviarmi alle conclusioni nonostante altre persone avessero voluto raccontarsi ma il materiale emerso era già tanto.
Ho concluso rivolgendomi a Giovanni e ringraziandolo per il suo coraggio nell’aver raccontato e permesso ad altri di esprimere le proprie delusioni. Gli ho consigliato di raccontare tutto alla mamma e che l’avrei poi contattato per dare un segnale di cambiamento vero, non legato ad un evento lasciato a sé. Per finire ho chiesto a Giovanni se potevo abbracciarlo e lui ha accettato. E’ stato per me un gesto importante, come un patto che ci univa.
Quando l’ho rivisto due giorni dopo, gli ho chiesto come stava e lui mi ha risposto “molto meglio e più felice”. Ha parlato con la mamma  che dovrò incontrare nei prossimi giorni. 
Credo sia stato importante che lui abbia potuto raccontare una delusione che lo ha profondamente segnato e che si è verificata a scuola e che questo racconto lo abbia raccolto un’altra insegnante che lo ha liberato e ridato la speranza che dopo una delusione si può ripartire e si può tornare a fidarsi degli adulti e a sognare. Questo mi spinge sempre di più a credere che la scuola abbia bisogno di momenti come questi in cui i ragazzi possano sentirsi uguali nella diversità e vengano accompagnati a superare le loro delusioni e il loro dolore e a ritrovare la speranza nel mondo che li circonda.
Concludo che ritengo importante condividere queste pagine del mio diario di bordo in cui parlo della scuola perché è necessario confrontarsi per costruire insieme una nuova modalità di fare scuola e di viverla. Vorrei, insieme ad altri insegnanti che come me hanno acquisito strumenti innovativi grazie al Metodo alla Salute, fare ricerca e mettere a punto una teoria più globale sulla scuola come luogo di crescita
 
Sandra Recchia

5 Commenti

  1. Unknown

    Sono molto indignata! con la connivenza dei medici psichiatri che devono trovare necessariamente un’anomalia in un bambino che ha solo bisogno di essere rispettato nei suoi tempi di apprendimento, mentre la loro diagnosi è basata su statistiche (vi ricordo che Albert Einstein ha mostrato la sua genialità solo all’università, risultando terribilmente carente in tutti i precedenti corsi di studi, soprattutto in matematica; e nonostante oggi si dica che fosse dislessico, niente e nessuno allora, fortunatamente, gli ha impedito di credere in se stesso e di diventare ciò che tutti noi conosciamo). Vogliamo parlare dei logopedisti? Che uccidono il pensiero del bambino tediandolo con tanti esercizietti che allontanano sempre più il piccolo dalla scuola? E tutto questo pur di non ammettere che quel paziente non ha bisogno del loro aiuto, ma solo di una efficace didattica che loro ignorano completamente.
    Ma è tutto un sistema di scarica barile: l’insegnante ai genitori, i genitori al medico, il medico al logopedista e il logopedista sul problema diagnosticato dal medico che purtroppo si può migliorare, ma non curare; e non c’è la cura semplicemente perché non c’è la malattia!
    Ma sono indignata anche con voi genitori! Che non avete la pazienza di ascoltarli i vostri figli; che li imboccate come se fossero sempre piccoli, senza svezzarli nel rapporto e nella loro continua e costante crescita di competenze. E questo è un errore grave, molto grave, perché non permettete loro di crescere, di sviluppare indipendenza, di conquistarsi quel pezzettino di mondo a scuola, che solo a loro appartiene. Non avete voglia di seguire e capire i cambiamenti che la scuola li costringe a sviluppare, non avete la voglia di capire che il vero problema potrebbe essere nel rapporto con voi, con la maestra o con i compagni di classe. Perché è così: quasi sempre il problema scolastico ha le sue profonde radici nel rapporto umano.
    Allora non distruggiamo la mente e la vitalità dei nostri figli, abbiate il coraggio e l’umiltà di valutare il vostro rapporto, di considerare quello che la maestra ha con vostro figlio o vostra figlia, prima ancora di intraprendere un percorso diagnostico, che in quanto tale, nella mente del bambino, riporta sempre e comunque a una malattia e quindi a una diversità dai compagni di scuola. Ricordandovi inoltre che oggi, quella che viene comunemente definita dislessia, il più delle volte è un abuso di terminologia e medicalizzazione su bambini sanissimi per questione di business. Non confondiamo le difficoltà didattiche e di rapporto con la scusa della malattia, una malattia che nessuno ha organicamente riscontrato e che si basa solo su statistiche. Eviteremo così di crescere bambini insicuri, ribelli, aggressivi, svogliati, tristi, spaventati e senza autostima.
    Dr. Tiziana Cristofari

  2. Unknown

    Arrivano da me dicendomi che il loro bambino o la loro bambina ha difficoltà nello studio; che piange perché non vuole studiare; che non vuole andare a scuola. Me li portano dicendomi che l’insegnante gli ha detto che sicuramente ha qualche problema cognitivo, e quando arrivano da me hanno già fatto percorsi con il logopedista e il più delle volte, il medico, gli ha certificato un ritardo nell’apprendimento.
    Ma sapete una cosa? Nel 99% dei casi, il bambino o la bambina non ha niente, recuperando nel giro di un anno scolastico tutte le carenze!
    Mi sono chiesta più volte se voi vi foste mai domandati come reagiscono i vostri figli a tutte queste chiacchiere non vere sulla loro capacità di apprendimento. Vi siete mai chiesti cosa provano? Come stanno? Cosa pensano di tutte quelle ricerche mediche e quelle esercitazioni alienanti, ai quali vengono sottoposti anche solo perché hanno una pessima scrittura? Vi siete mai chiesti guardando la calligrafia di un medico se anche lui fosse disgrafico?
    Ve lo dico io cosa pensano i nostri figli! Pensano di essere inferiori, di essere diversi, stupidi, non capaci come i loro compagni di classe. E la loro psiche lentamente cambia e diventa brutta. Perdono la loro autostima, diventano tristi, paurosi e a scuola non rendono più, non si sentono capaci e si convincono di non riuscire negli studi; dentro di loro si domandano perché devono continuare a studiare; perché devono andare a scuola, a cosa serve… perché la scuola non brucia!
    Io sono molto indignata! con insegnanti impreparati nella didattica che si sentono in diritto di diagnosticare senza averne la competenza.

  3. Unknown

    Ecco come distruggiamo la mente dei nostri bambini
    Sono una pedagogista-docente e mi occupo di formazione oramai da diversi anni. Troppo spesso però vedo una situazione che non posso più tacere, anche se non è la prima volta che ne parlo.
    Sono molto indignata per la facilità con cui i nostri bambini vengono giudicati e “torturati” psicologicamente. E non sto esagerando! Perché la tortura non è solo quella fisica, ma anche e ai nostri giorni soprattutto, quella psicologica.
    Viviamo in una società molto superficiale, dove i tempi frenetici e la poca pazienza che abbiamo nei confronti dei nostri bambini e delle nostre bambine, ci spingono a conclusioni affrettate sulle loro potenzialità e capacità cognitive, purché ci sollevino dall’incombenza di seguirli negli studi.
    Troppo spesso i genitori mi portano i loro figli emotivamente avviliti, psicologicamente affranti, demotivati e senza più la minima autostima di se stessi.

  4. Martino

    Cara Sandra,
    l'esperienza che hai raccontato ha un valore inestimabile. Vedere quanto si potrebbe fare a Scuola considerando la molteplicità esistente e il tempo che vi si passa, genera in me rabbia per quello che ancora non si fa e speranza. "Giovanni" mi ricorda tanto un ragazzo di seconda media che seguo da novembre come educatore domiciliare. Diffidenza, conflittualità col mondo adulto, rifugio nel mondo virtuale. Entrare nelle case con un rapporto 1 a 1 permette di vedere tante cose, capire le dinamiche familiari e mai come ora certi meccanismi mi sembrano evidenti.
    Altro che neuropsichiatra infantile o psicologo a caccia di disturbi!
    D'altra parte, senza la molteplicità che c'è a scuola la possibilità di mettere in dinamica è più limitata. Sarebbe bello creare un ponte tra l'educativa domiciliare e quella scolastica, un circuito che si alimenti di scambi, teoria e prassi. Io credo nel fatto che il mondo educativo debba e possa essere molto diverso e voglio partecipare a questo processo di cambiamento. Intanto ti ringrazio per la carica e la spinta che mi dai con le tue testimonianze.
    Un abbraccio

  5. Anonimo

    Cara Sandra, quello che stai facendo con i tuoi alunni è già una cosa grande e bella, ma ti auguro con il cuore (anche di mamma) di riuscire a portare avanti questo urgente e necessario progetto e che si espanda in tutta Italia…un applauso di incoraggiamento! Margherita

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