Urbania (PU), sabato 7 e domenica 8 aprile 2012. BATTESIMO DELLA PICCOLA ESTER. Articolo di Maurizio Manenti.

MEMORIA STORICA,
VIVA ED
EMOTIVA

INVITO AL BATTESIMO
DI UNA PICCOLA
STELLA:
ESTER
Questo è il racconto di un invito al battesimo di una piccola stella: Ester.

Il venerdì pomeriggio prima di Pasqua mi reco come al solito alla scuola di lingua e cultura italiana per studenti stranieri con cui collaboro, ma trovo il portone chiuso. Quindi decido di fare due passi. Inaspettatamente incontro Cristian lungo la strada, il quale mi vede, decide di accostare la macchina sul margine della strada, scende e mi viene incontro. Mi comunica che il giorno dopo, la sera della vigilia di Pasqua si sarebbe celebrato il battesimo di sua figlia Ester e che il giorno di Pasqua ci sarebbe stato il rinfresco a casa sua. Desidera invitarmi sia al rinfresco che alla funzione religiosa del battesimo. Io colto di sorpresa perché non sapevo nulla in relazione al battesimo sulle prime ringrazio e dico che non so se ci sarei andato. Non che non mi piacesse, ero grato di quell’invito, ma mostro le mie perplessità riguardo al rinfresco perché essendo a piedi non avevo mezzi per giungere alla casa di campagna di Cristian dove si sarebbe svolto il rinfresco, ma lui mi rassicura dicendo: “Ti faccio venire a prendere” e riguardo alla funzione religiosa che si sarebbe svolta al duomo alle ore nove di sera mi dice che lì ci sarei potuto andare benissimo a piedi. Un’altra mia perplessità per la quale ero restio ad andare al battesimo e al rinfresco era che avessi la barba lunga. Io normalmente porto la barba perché mi rimane più comodo e poi non mi dispiace tenerla, ma se devo andare da qualche parte preferisco andarci più curato. Cristian, riguardo a ciò, mi rassicura nuovamente dicendo che avrei dovuto farmela la barba e che non era un valido motivo per non partecipare alla festa del battesimo. Questo lo so anch’io, ma il punto è che io la barba da solo non l’ho mai fatta: preferisco tenerla e poi ogni tanto andare dal barbiere. Comunque Cristian cerca di superare tutte le mie perplessità e vedo che desidera veramente che anch’io partecipi alla festa di sua figlia, il suo non era certo un invito di circostanza. Aggiunge anche di non sentirmi obbligato a portare alcunché, in quanto loro non avevano bisogno di niente e mi dice: “Molti non vengono perché si sentono obbligati a portare qualcosa”. Io ringrazio di nuovo e lo saluto dicendogli che ci avrei pensato. Lui andandosene mi risponde: “Chi ringrazia esce d’obbligo”. Così riprendo a camminare e mi dirigo verso il centro di Urbania pensando a quell’invito nato così per caso da quell’incontro fortuito. Passo nella piazza di San Cristoforo e vedo che nel negozio del mio barbiere, sotto le logge, non c’è nessun cliente e quindi penso quasi quasi di farmi la barba in attesa poi di decidere se accettare l’invito. E così faccio, almeno a quel punto qualora fossi andato al battesimo ci sarei andato più curato. L’indomani decido di partecipare alla funzione religiosa e alla sera, poco prima delle nove, mi presento davanti al duomo e vedo arrivare Cristian, Valentina e la loro bambina. Questi mi chiama per nome sorpreso e compiaciuto allo stesso tempo nel vedermi lì. E così assisto all’intera funzione religiosa con i riti della messa della veglia pasquale e in conclusione al battesimo della piccola Ester. Tralascio di descrivere, per non annoiarvi, i riti, rituali e formule liturgiche proprie della veglia pasquale per focalizzare l’attenzione sul momento del battesimo. Parlo solo del cero pasquale che è un cero che viene acceso all’inizio della solenne veglia in un luogo buio dove viene radunato il popolo dei credenti, illuminato solo dal fuoco di un braciere che arde fuori della chiesa da cui si accende questo cero, simbolo della luce di Cristo. Il fuoco rappresenta il trionfo della luce sulle tenebre, della vita sulla morte. Da questo cero pasquale a sua volta vengono poi accese le candele tenute in mano dai fedeli presenti, e tutti si avviano in processione dentro la chiesa oscura illuminata solo dalla luce di queste candele, in seguito si accendono le luci della chiesa e terminato l’annuncio pasquale tutti spengono le candele, ed inizia la liturgia; posso altresì riferire che il parroco ha detto che una volta la veglia pasquale durava tutta la notte. Quando si stava approssimando il momento del battesimo sento il parroco parlare degli occhi dei bambini e in particolare degli occhi di Ester, dicendo che in tutti gli occhi dei bambini c’è una luce.
 

È uso celebrare anche dei battesimi la notte di Pasqua, forse è per questo che hanno deciso di battezzare Ester proprio quella notte perché è piena di significato simbolico.
 
Durante la notte di Pasqua è possibile rappresentare in maniera più convincente che i battezzati già sono illuminati e che i candidati al battesimo devono ancora diventare illuminati.
 
Chiedere il battesimo significa avere scoperto quella “luce” che dà pienezza di senso alla nostra vita… Gesù più di una volta si è paragonato alla luce…
 
Anche se non sono in prima fila ma piuttosto arretrato verso la metà della navata vedo ugualmente la scena del battesimo di Ester; poco prima vedo il diacono prendere il cero pasquale acceso e immergere parzialmente la sua parte inferiore nell’acqua del fonte battesimale, il sacerdote benedice l’acqua, poi vedo salire avvicinandosi al fonte battesimale il padrino della bambina, suo zio Paride, che teneva tra le sue braccia la piccola Ester. Quindi, come previsto dal rito, il padre della battezzanda accende una candela al grande cero pasquale e la tiene in mano per tutta la durata della cerimonia. Successivamente il parroco compie il sacramento del battesimo versando un po’ d’acqua presa dal fonte battesimale sul capo della bambina e così la battezza.
 
È quello che viene chiamato battesimo per infusione dell’acqua sul capo, in alternativa a quello che si effettua anche per immersione.
 
Nella veglia pasquale, la notte battesimale per eccellenza, l’acqua, come linguaggio simbolico, raggiunge l’apice di solennità e di significato. Essa assume significato come acqua che purifica.
 
Terminata la messa e il tutto vado verso i protagonisti del battesimo per salutarli e tornarmene così a casa allorquando Paride mi rivolge l’invito a pranzare insieme, il giorno di Pasqua, a casa sua. Un nuovo invito, un invito nell’invito, si può dire, e mi dice che l’indomani mattina sarebbe venuto a prendermi.
 
Premetto che io e Paride ci conosciamo fin dalla infanzia, eravamo amici di infanzia, compagni di giochi avendo la stessa età, ci separa solo una manciata di giorni, e abitavamo in due case situate sui lati opposti della stessa via. Poi io ai tempi delle scuole elementari, più precisamente quando frequentavo la classe quarta elementare, mi sono trasferito al di là del fiume e ci siamo così persi di vista. Ognuno ha fatto la sua strada e il suo percorso nella vita, finché ci siamo ritrovati per mezzo di quella che poi ho saputo essere sua moglie. Era successo che avevo partecipato al convegno che il Dr. Loiacono aveva tenuto ad Urbania, nella sala Volponi, nel mese di novembre 2010, e al termine del quale ho conosciuto una ragazza di nome Ombretta. Gentilmente mi ha lasciato il suo numero di telefono. Qualche tempo dopo l’ho contattata telefonicamente per avere informazioni e maggiori ragguagli sul dottore e sul suo Metodo alla Salute al fine di incontrarci e lei così mi ha risposto: Mio marito ti conosce”, “E chi è tuo marito?”, le ho chiesto io, Paride, Paride Orazi, mi risponde. Allora faccio mente locale e penso su come è strana la vita! Da allora io e Paride abbiamo ricominciato dopo tanti anni a frequentarci di nuovo, ritrovando così quell’amico della mia infanzia. Si può proprio dire “L’amico ritrovato” come recita il titolo di un libro dello scrittore tedesco Fred Uhlman. Ovviamente, il tema ricorrente nel romanzo è quello dell’amicizia.
 
Tornando al racconto, la mattina di Pasqua, Paride mi viene a prendere e arriviamo, dopo aver fatto un piccolo giro nei dintorni sotto la pioggia, a casa sua. Le famiglie di Paride e di suo fratello Cristian abitano in una accogliente casa di campagna; metà è dell’uno, metà è dell’altro. È una vecchia casa colonica in pietra ristrutturata da loro stessi che si trova in una delle splendide colline che fanno da cornice alla città di Urbania, da cui si può ammirare un suggestivo scorcio della stretta valle sottostante, con il Santuario di Battaglia. Urbania è adagiata in una valle compresa tra una serie di rilievi collinari e di bassa montagna, che conferiscono al paesaggio una certa varietà di forme e colori. Le sue colline sono un vero e proprio concentrato di bellezza, frutto del secolare lavoro dell’uomo, coltivate o ricoperte di boschi e vasti prati, sono spesso accompagnate da querce con ampie chiome che si stagliano sull’azzurro del cielo e punteggiate di vecchie case coloniche isolate, un tempo dimore dei mezzadri. Ed è in una di queste case, collocate in un simile contesto, dove risiedono i due fratelli.

Quel giorno, come già la sera prima, ho avuto modo di incontrare piacevolmente alcune persone che ho conosciuto frequentando il “Metodo alla Salute”.
 
Dopo aver mangiato per pranzo un piatto di pasta con dei deliziosi ravioli con il ripieno di spinaci fatti in casa dalla madre di Ombretta e una gustosa frittata di uova con gli asparagi colti poco prima nel bosco e aver piacevolmente conversato, mi sono recato di là nella casa di Cristian, dopo che questi nel primo pomeriggio mi fosse venuto a cercare per il rinfresco aspettandomi sotto il portico, all’entrata di casa sua. Mentre fuori faceva freddo e pioveva dentro la casa era riscaldata dal tepore della legna che bruciava nel camino. Subito all’entrata mi hanno accolto la madre e il padre di Cristian e Paride e già c’erano in casa numerose persone ma molte di più ne sarebbero giunte più tardi nelle ore seguenti. Come al solito io mi sono messo subito in una posizione appartata, un po’ in disparte, per la mia natura riservata, ma invece sono stato coinvolto più attivamente nel rinfresco da parte dei protagonisti, padroni di casa. Il padre di Cristian, Franco, poi mi invitava sempre a mangiare portandomi al tavolo delle vivande illustrandomi le prelibatezze che vi si trovavano sopra, contenute nei vassoi. Sulla tavola imbandita a festa c’era di tutto: primi piatti di pasta come le lasagne cotte nel forno, molte varietà di dolci come crostate con la marmellata di frutta, torte, dolciumi con il cioccolato, dolci secchi e ancora piatti preparati con la frutta riccamente decorata. Siccome avevo solo l’imbarazzo della scelta, tale era la varietà delle vivande esposte, ho optato soprattutto per i dolci secchi e per la torta al cioccolato. Penso di aver fatto un ottima scelta perché erano davvero gustosi. Più volte il signor Franco mi ha portato al tavolo del rinfresco e quando non ci andavo si prodigava lui stesso a prendere i dolci di persona portandomi il piatto colmo di dolci. Chi lo sa, un po’ forse per dovere di ospitalità o un po’ forse perché mi vedeva magro era sempre lì a spingermi a mangiare e a offrirmi da bere. Anche il tavolo imbandito con le bibite non era da meno di quello con le vivande. Io ho bevuto alcuni bicchieri di succhi di frutta.
 
Più tardi è arrivato il momento del discorso rivolto agli ospiti, di Cristian e Valentina padre e madre della festeggiata con la piccola Ester tra le loro braccia, in cui hanno raccontato di sé. Dalla loro posizione al centro della sala hanno poi aperto i regali dei presenti rivolti alla bambina sotto gli occhi divertiti e curiosi di Ester. C’è stato inoltre un simpatico intervento dei due padri di Cristian e Valentina, invitati a parlare che curiosamente portano un nome simile, Franco il padre di Cristian e Franz il padre di Valentina. Mentre quello del signor Franco è stato un breve intervento forse intimorito dalla platea di ascoltatori, quello del signor Franz è stato più lungo e articolato. Quest’ultimo essendo tedesco parlava nella sua lingua madre e sua figlia Valentina faceva la traduzione. Valentina ha una sorella gemella che si chiama Vittoria, sono figlie di padre tedesco e madre italiana. Il signor Franz nel suo discorso citava le due figlie, dicendo che sono figlie dell’Europa e che aveva messo questi nomi alle figlie perché erano i nomi delle due nonne paterna e materna e anche perché pronunciando insieme i loro nomi Vittoria Valentina e Valentina Vittoria il suono da armonia, il loro suono produce una sorta di melodia. Un altro passaggio curioso del signor Franz, che mi è rimasto impresso, è quando ha raccontato che da piccole portava o come ha detto lui deponeva, ha usato proprio questo termine, le sue due figlie dalla Germania dove abitavano, dai nonni materni in Italia, i quali non parlavano tedesco, l’unica parola che sapevano in quella lingua era “Guten Morgen” cioè “buongiorno”. Per forza di cose Vittoria e Valentina da bambine hanno dovuto imparare l’italiano per poter così comunicare con i nonni materni. Inoltre in Italia hanno trovato “mamma Rai”, come ha detto il signor Franz, e così loro due messe davanti alla televisione hanno avuto un valido aiuto per imparare la lingua italiana. Come dimostra il loro caso, la televisione se è usata bene è un ottimo strumento per imparare le lingue! E nel loro piccolo è la riprova, qualora ce ne fosse bisogno, che è stata un validissimo strumento per diffondere l’uso della lingua italiana in tutta l’Italia.
 
La festa è poi continuata fino a tarda sera con musica e balli. C’è stato il momento in cui ci hanno fatto assaggiare la torta del battesimo e il momento della consegna delle bomboniere, come si usa. Anche a me, la signora Rosaria, madre di Cristian, ha voluto consegnare la bomboniera costituita da una targhetta di argilla su cui c’era scritto il nome Ester realizzata con le proprie mani da Cristian e Valentina nel loro laboratorio, con i confetti al cioccolato.

Io ho avuto modo di parlare e di scambiare due chiacchiere con i convenuti e anche con Cristian il quale mi ha confidato un po’ la sua storia, che lui e Valentina si conoscono da dodici anni e dopo essersi lasciati si sono rimessi di nuovo insieme, che avevano deciso di mettere in cantiere di fare una figlia e infine, per ultimo, di sposarsi. Tra l’altro, proprio in questi giorni mentre scrivo, mi è stata consegnata a casa da Cristian una busta contenente un divertente invito al loro matrimonio [domenica 3 giugno 2012].
 
Mi ha anche raccontato che lui proveniva da una situazione disastrosa, con una esistenza a pezzi, e da essa ha saputo risollevarsi e ricostruire la sua vita e la sua intera esistenza. Ha aggiunto però che è stata dura, non è stato facile raggiungere i risultati che poi ha raggiunto. Davvero un esempio ammirevole, per tutti quanti!
 
Mentre la festa andava scemando e molti ospiti se ne fossero andati cominciava a crearsi finalmente più tranquillità lì nella casa, non che la confusione con il vociare della gente, la vivacità di quei momenti, l’atmosfera di festa che si respirava non mi piacesse, ci vuole anche questo nella vita, ma certamente la tranquillità e i ritmi lenti sono a me più congeniali. Ad un certo punto Ombretta, la cognata, si avvicina a Cristian per complimentarsi della bella riuscita della festa e le sento dire queste parole rivolte a lui: “Chi l’avrebbe mai detto solo quattro o cinque anni fa!”, facendo così riferimento alla situazione disastrosa da cui Cristian proveniva e constatando i risultati conseguiti.
 
Quando ormai tutti gli ospiti erano andati via e dopo aver salutato le persone che mi conoscevano rimanevo solo io l’unico tra gli ospiti ad essere rimasto lì nella casa perché aspettavo che i genitori di Cristian finissero di riordinare, dato che il padre si era offerto di darmi un passaggio fino a casa. Ho fatto presente prima a Cristian e più tardi ai suoi genitori che ho visto che sono una bella famiglia, unita e si vogliono bene complimentandomi con loro. E così con il gentile passaggio con cui il signor Franco mi ha accompagnato a casa, ormai quasi a mezzanotte, dopo averli ringraziati e salutati, si conclude questo giorno di festa. Ma quello che lì per lì mi sembrava concluso, poi in realtà si sarebbe dimostrato non concluso del tutto, perché dieci giorni dopo quell’evento incontro nuovamente Cristian, stavolta nella piazza del paese, che mi chiede di scrivere un resoconto sulle giornate relative al battesimo di sua figlia per come le ho vissute io. Per fare ciò ho dovuto rivivere i ricordi di quei momenti ripescandoli dalla mia memoria. Spero di non avere annoiato nessuno.

Ormai il mio racconto è giunto a conclusione consapevole di aver vissuto una giornata di Pasqua fuori dall’ordinario che altrimenti avrei passato a casa o come altre volte con i miei familiari dove avrebbero risuonato sempre i soliti discorsi. Certamente ho vissuto una giornata più intensa con più emozione del solito, densa di avvenimenti, con più sapore e colore e quando c’è emozione il ricordo si appiccica, si incolla nella memoria con forza e non si stacca più. Così ho un altro ricordo colorato da aggiungere nell’archivio della memoria. E si sa, i momenti passano, restano soltanto i ricordi e i ricordi sono la cosa più bella che abbiamo.

Maurizio

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