Foggia, giovedì 24 marzo 2011. RESOCONTO della quarta giornata di corso: “Mettersi in relazione e comunicare: le diverse modalità e opportunità”.

FONDAZIONE NUOVA SPECIE ONLUS

Presidente Dr. Mariano Loiacono

APPUNTI RELATIVI
ALLA QUARTA GIORNATA
DEL CORSO FORMATIVO
“METTERSI IN RELAZIONE
E COMUNICARE:
LE DIVERSE MODALITA’
E OPPORTUNITA'”

Giovedì, quarta giornata. Calda a sufficienza per dimostrare sul campo che teoria e prassi si alimentano a vicenda: la teoria di oggi è stata generata dalle dinamiche di ieri, che a loro volta sono state generate dalla teoria di due giorni fa.

Oggi si comincia teorizzando sulla importante dinamica con N. di mercoledì pomeriggio, che, tanto per cominciare, si è dimostrata ricca di strascichi positivi nella serata. N. ha permesso ad altri di avvicinarsi a lui e ha accettato di interagire condividendo momenti e azioni con le altre ragazze della casa. Non è un dettaglio di poco conto. Una dinamica metastorica non si esaurisce in sé, perché rompe un equilibrio e apre la strada a comportamenti nuovi, passi piccoli, ma visibili.


Torna all’attenzione uno dei problemi maggiori del mettersi in relazione: la decodifica dei comportamenti altrui, che paradossalmente si intensificano quando chi li vive intravvede un’opportunità di cambiamento. I cosiddetti comportamenti psicotici lo mostrano chiaramente: in quei casi aumenta la fame, e anche la delusione per non aver ricevuto il cibo adatto a tempo debito. E anche perché quando si crea una relazione uno vuole essere cercato, perché non ci crede. Per queste ragioni l’ambiente più adatto affinchè venga recuperata la capacità di mettersi in relazione è l’utero, cioè il gruppo di lavoro, poiché dispone di energie sufficienti per accogliere la notevolissima richiesta di attenzione che in queste circostanze viene messa in atto.

Il gruppo di lavoro è fatto di specificità diverse che si coordinano e cercano modalità per mettersi in relazione con chi non riesce più a farlo, mettendo in campo competenze già acquisite, ma anche sperimentando per sviluppare nuove competenze, che hanno valore anche qualora il tentativo fallisse.


Affinchè si realizzi una dinamica metastorica che ci reintroduca in una dimensione relazionale è necessario intervenire su tutti e tre i codici, e implica che chi intende attivarla si predisponga ad attraversare tutte le profondità della vita, anche il rapporto con il corpo. Se infatti una condizione di psicoticità è generata da fallimenti del o con il corpo, come sarebbe possibile sanarli se non tornando ad esso?

Ciascuno di noi può sviluppare la competenza di fare teoria sulle dinamiche di vita. Oggi Francesca L. fa teoria sulla dinamica di N. e sottolinea l’importanza di affidarsi al femminile di chi ha percorso più strada di noi, di sforzarsi di farlo, anche qualora questo significhi convivere con la paura del contatto con persone che ci mandano segnali poco decifrabili. Il dottor Loiacono aggiunge che il fenomeno in questione è particolarmente complesso, e per capirlo è necessario rappresentarci le cose accadute; vita e conoscenza dovrebbero procedere di pari passo, se si vuole crescere. La conoscenza di un fenomeno complesso inoltre è lenta, e la si può meglio acquisire avvalendosi dell’osservazione delle immagini filmate di quell’esperienza. Essa serve a riconoscere in se stessi le potenzialità per diventare competenti e anche per interrogarci su come diventarlo.

Ma tutti sono in grado di gestire dinamiche metastoriche? No, anzi sì, purché utilizzino il proprio femminile, che in realtà non tutti hanno sufficientemente allenato e lasciato emergere. Se infatti si è ancora impegnati a soddisfare il proprio maschile non si riesce ad agire utilizzando il femminile, perché si ha bisogno del femminile per sé e non lo si può mettere in campo per qualcun altro. Quando si possiede un femminile ben sviluppato non si ha più bisogno di essere stimolati a intervenire per entrare in una dinamica, ma si diventa in grado di decidere da soli quando farlo e soprattutto di sentirlo; (non è detto che se si hanno le condizioni si sia anche in grado di sentirle). Potremmo dire che la vera crescita sta nell’acquisire autonomia nel combinare maschile e femminile e nel lasciarsi guidare da essi.

Per fare dinamiche metastoriche bisogna essere una mamma che sta dentro un organismo vivo, di cui deve percepire modi, tempi e situazioni; il maschile serve come selettore per gestire le riserve che permettono al femminile di uscire e agire, ma non a gestire la dinamica, che non può alimentarsi sulla ripetitività e la prevedibilità. Ciò che so è soltanto che il soggetto in questione ‘vuole’ risalire, ma vive nell’ambivalenza e sarà il mio modo di propormi a fare la differenza. Quanto è solidale, quanto io ci credo.
Questa mattinata è accaduto.

Ma abbiamo proprio bisogno di relazioni? Eh sì, perché il mondo oggi è complesso, e nessuno riesce ad affrontarlo e dipanarlo da sé; serve l’incontro e soprattutto il crossing over che può conseguirne.

Per esempio gli equilibri di una relazione di coppia possono mantenersi privi di un effettivo incontro anche negandosi il diritto di esprimere i propri bisogni, che è più un sopravvivere che un vivere, una vita da monastero, appartata dalla vita. Vivere dunque può anche significare esprimere il proprio maschile e non farlo – se si sono capite le opportunità e non le si colgono – è un peccato contro lo spirito.

Tuttavia la ricerca del proprio maschile non è efficace se la si persegue stando con un altro che, come me, sta cercando il proprio maschile. Sarebbe in questi casi buona cosa elaborarlo in solitudine – o meglio, in compagnia di chi può accompagnarci a capire quando e come lo si è perso. Ognuno dovrebbe farlo con qualcuno che ha già un buon maschile e sia in grado di aiutarci a riconoscere il nostro. ‘Sposarsi’, ‘fare discendenza’, presuppongono che prima ci siamo ricontattati con noi stessi.


No, senza relazioni la vita non cresce e non viaggia. Per sentire la vita e la sua profondità devo spingermi in avanti, affrontare la mia odissea e tornare indietro con il mio bagaglio nuovo, che è ogni volta ricco e più ricco. In qualsiasi caso, sia che l’esito sia uno spettacolo, una conferma, o una mutilazione.

La relazione-comunicazione può varcare limiti temporali e spaziali? Cioè, si limita a me e la persona coinvolta direttamente qui e ora o può estendersi aldilà di questo tempo e questo spazio?
Dipende
. La relazione-comunicazione che utilizza prevalentemente il codice simbolico – cioè le parole – ha enorme espansibilità e può entrare ovunque attraverso internet. Quella che usa il codice analogico fa leva sulla vista oltre che sull’udito e identifica dunque anche un territorio. Essa si trasmette in altri spazi se impiego strumenti tecnologici, che sono anche necessari per conservarne la memoria nel tempo.
Anche la relazione-comunicazione basata sul codice bio-organico – cioè sulle emozioni – è in grado di superare i confini dello spazio e del tempo, ma lo fa utilizzando la profondità: se viviamo cose profonde, cioè se siamo collegati con noi stessi in profondità siamo in grado di raggiungere chiunque sia sintonizzato, anche a distanza geografica, anche a distanza temporale. La relazione-comunicazione profonda, allora, dura per sempre? Accade, se attraverso il crossing over una persona entra in altre entità organiche, se è stata così forte che la persona è riuscita a far passare i suoi pezzi ad altri. E questo può farlo solo il nostro femminile. E questo è la vera paternità e maternità, questo è il vero fare discendenza.

Ma quello che io sono, qui e ora, può andare aldilà dello spazio e del tempo, e possono comunicare con gli antenati della vita? Anche questo è possibile, se lo si vuole, se si riesce a sentire gli antenati più antichi, il sole, il vento, come accompagnatori degli eventi della nostra vita e in grado di andare oltre lo spazio della nostra vita.

Questa è la complessità della comunicazione-relazione come la intende Mariano Loiacono… ma cosa intendiamo comunemente per comunicazione? E cosa insegnano gli atenei sulla comunicazione? Poco più che contenuti soltanto teorici relativi a definizioni, ruoli e speculazioni astratte. E chi dalle maglie della formazione accademica esce nella vita per comunicare e trasmettere cosa sia comunicare, fosse anche soltanto verbalmente, come i giornalisti, tende a banalizzare le questioni, e a colorare eventi e situazioni di tinte utili all’obbiettivo che egli si pone, di rado soltanto a dar conto dei fatti.
Ciò accade perché i media mediano tra la relazione-comunicazione che è avvenuta e chi ad essa non ha partecipato e vuole conoscerla. Chi la riferisce ne fa una sua rappresentazione, in cui il codice bio-organico agisce secondo le sue emozioni e tende a preservare i suoi nuclei psicotici.
Di conseguenza nella rappresentazione non c’è alcuna aderenza ai livelli descritti e alla loro complessità, poiché ciò che conta è l’evento mediatico che se ne vuol fare, che generalmente distorce i fatti e può essere perciò pericoloso.

Per tutelarsi da comunicazioni-relazioni di questo genere, ma anche per consegnare al futuro il nostro comunicare-relazionarci in tutte le sue modalità è bello conservare la memoria storica di ciò che oggi accade, di come accade, perché domani possiamo noi stessi osservarci come comunicavamo in passato, e anche, e soprattutto consegnare i nostri strumenti a spazi altri e tempi futuri, perché comunicando, comunichino. Con le parole, con il corpo a cominciare dalla voce.

Dott.ssa Giovanna Mancini

1 Commento/i

  1. Vincenzo

    Grazie Giovanna, la tua relazione è veramente bella e profonda. Mi immagino come saranno stati belli proprio i giorni in cui avete fatto insieme, come dici tu, sia la teoria che la pratica. Altro che noiosi corsi universitari o soliti corsi di formazione. Ho saputo che eravate troppi e vi siete dovuti dividere in due stanze e in una stanza c'era uno schermo per seguire. Mi piacerebbe sentire l'esperienza di qualcuno che c'è stato.

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